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Coordinatore
Sig. Sergio Principe



Schede
Contro la prepostenza, parole di fuoco
(Primo Libro dei Re, 21)

1. Il fatto
L’uomo di fuoco: così è stato definito il profeta Elia, il personaggio biblico di cui ci occuperemo adesso[1]. Di fuoco perché deve il suo fascino al suo vivere solo per Dio; perché di fuoco erano le sue parole contro l’ingiustizia e l’idolatria, e perché esce dalla scena del mondo rapito in cielo su un carro di fuoco.
Chi è un profeta?
È come uno specchio per il suo tempo, che denuncia il male ponendolo con chiarezza di fronte a chi lo commette. Uomo dallo sguardo d’aquila, sa vedere fin dove altri non riescono, e sa come dovrebbe vivere la sua gente.
Ecco perché un profeta è sempre inquieto: vive tutto per Dio e tutto per il suo popolo, portando su di sé il peso di una missione difficile.
La sua attività comincia sotto il regno di Acab, figlio di Omri, che regnò per 22 anni in Samaria (874-853 a.C.). L’epoca di questo re è caratterizzata da un forte boom economico. Al suo fianco c’è la moglie Gezabele, figlia del re di Sidone (Fenicia), una donna forte e spregiudicata, che dalla Fenicia aveva importato il suo dio, Baal, con sacerdoti e profeti al seguito.
Purtroppo, come spesso accade, il boom economico si era affermato a scapito di molte ingiustizie. Acab e Gezabele calpestavano i diritti dei poveri e rubavano le loro terre, servendosi dell’appoggio degli anziani e dei militari. E nei periodi di siccità, lo stato d’emergenza, che per i poveri significava rischio di lasciarci la pelle, diveniva per i potenti occasione di altro guadagno e nuovo sfruttamento.
Ecco allora comparire improvvisamente l’uomo di fuoco, Elia.
Questo è il contesto del brano che ora leggiamo. E che ci aiuterà ad affrontare il problema del rapporto tra giustizia e potere politico; a dire una parola di chiarezza sull’obbligo di denunciare ogni forma di sfruttamento e di ingiustizia; a fare qualcosa perché soldi e potere non siano le sole cose che contano, ma un’opportunità perché contino tutti.

2. Il testo
Nabot, un piccolo proprietario legato alla sua terra.
Acab, il potente che vuole “allargarsi” a tutti i costi.
Cronaca di una sfrontata mafiosità di palazzo.
In seguito avvenne il seguente episodio. Nabot di Izreèl possedeva una vigna vicino al palazzo di Acab re di Samaria. Acab disse a Nabot: “Cedimi la tua vigna; siccome è vicina alla mia casa, ne farei un orto. In cambio ti darò una vigna migliore oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale”. Nabot rispose ad Acab: “Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri”.
Acab se ne andò a casa amareggiato e sdegnato per le parole dettegli da Nabot di Izreèl, che aveva affermato: “Non ti cederò l’eredità dei miei padri”. Si coricò sul letto, si girò verso la parete e non volle mangiare. Entrò da lui la moglie Gezabele e gli domandò: “Perché mai il tuo spirito è tanto amareggiato e perché non vuoi mangiare?”. Le rispose: “Perché ho detto a Nabot di Izreèl: Cedimi la tua vigna per denaro o, se preferisci, te la cambierò con un’altra vigna ed egli mi ha risposto: Non cederò la mia vigna!”. Allora sua moglie Gezabele gli disse: “Tu ora eserciti il regno su Israele? Alzati, mangia e il tuo cuore gioisca. Te la darò io la vigna di Nabot di Izreèl!”.
(1Re 21, 1-7)
Alcune lettere “pilotate” da una potente mano iniqua e scoppia il caso Nabot, che viene sbattuto sulle prime pagine, davanti all’assemblea, e sottoposto ad un processo ingiusto. Storia di ieri e di oggi, che non ha bisogno di commenti.
Essa scrisse lettere con il nome di Acab, le sigillò con il suo sigillo, quindi le spedì agli anziani e ai capi, che abitavano nella città di Nabot. Nelle lettere scrisse: “Bandite un digiuno e fate sedere Nabot in prima fila tra il popolo. Di fronte a lui fate sedere due uomini iniqui, i quali l’accusino: Hai maledetto Dio e il re! Quindi conducetelo fuori e lapidatelo ed egli muoia”. Gli uomini della città di Nabot, gli anziani e i capi che abitavano nella sua città, fecero come aveva ordinato loro Gezabele, ossia come era scritto nelle lettere che aveva loro spedite. Bandirono il digiuno e fecero sedere Nabot in prima fila tra il popolo. Vennero due uomini iniqui, che si sedettero di fronte a lui. Costoro accusarono Nabot davanti al popolo affermando: “Nabot ha maledetto Dio e il re”. Lo condussero fuori della città e lo uccisero lapidandolo. Quindi mandarono a dire a Gezabele: “Nabot è stato lapidato ed è morto”. Appena sentì che Nabot era stato lapidato e che era morto, disse ad Acab: “Su, impadronisciti della vigna di Nabot di Izreèl, il quale ha rifiutato di vendertela, perché Nabot non vive più, è morto”. Quando sentì che Nabot era morto, Acab si mosse per scendere nella vigna di Nabot di Izreèl a prenderla in possesso.
(1Re 21, 8-16)
Entra in scena l’uomo fuoco, per dire parole di fuoco: testimone scomodo di una verità che si vorrebbe far tacere per sempre.
Allora il Signore disse a Elia il Tisbita: “Su, recati da Acab, re di Israele, che abita in Samaria; ecco è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderla in possesso. Gli riferirai: Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice il Signore: Nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”. Acab disse a Elia: “Mi hai dunque colto in fallo, o mio nemico!”. Quegli soggiunse: “Sì, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. Ecco ti farò piombare addosso una sciagura; ti spazzerò via. Sterminerò, nella casa di Acab, ogni maschio, schiavo o libero in Israele. Renderò la tua casa come la casa di Geroboamo, figlio di Nebàt, e come la casa di Baasa, figlio di Achia, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. Riguardo poi a Gezabele il Signore dice: I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreèl. Quanti della famiglia di Acab moriranno in città li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna li divoreranno gli uccelli dell’aria”.
In realtà nessuno si è mai venduto a fare il male agli occhi del Signore come Acab, istigato dalla propria moglie Gezabele. Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrei, che il Signore aveva distrutto davanti ai figli d’Israele.
(1Re 21, 17-26)
Vendersi, mai. E se lo si è fatto, bisogna tornare indietro. Ed Acab lo fa.
Quando sentì tali parole, Acab si strappò le vesti, indossò un sacco sulla carne e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. Il Signore disse a Elia, il Tisbita: “Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò piombare la sciagura durante la sua vita, ma la farò scendere sulla sua casa durante la vita del figlio”.
(1Re 21, 27-29)

3. La spiegazione
Nella vita di un uomo ci sono delle cose che contano: la famiglia, il lavoro, l’eredità dei padri. Beni che non hanno prezzo, e che non si possono vendere. E se questo è valido anche oggi, figuriamoci al tempo di Nabot, in cui si riteneva che la terra fosse stata distribuita da Dio stesso tra le diverse tribù. Ed era quindi un dono che Dio aveva fatto ad una famiglia, e che questa famiglia s’impegnava a trasmettere ai figli, di generazione in generazione.
Possiamo dunque immaginare l’attaccamento di Nabot alla sua terra.
Ma quando su questa terra ci mette gli occhi un potente, le cose si mettono male. E rifiutarsi di venderla significa sfidare il potere, non abbassare la testa, difendere la dignità del dono ricevuto.
Ma significa anche cacciarsi nei guai, e rischiare. E Nabot non si tira indietro, anche se sa di essersi messo in una situazione pericolosa.
Il rifiuto che Acab deve mandare giù lo indispone. Come ha osato Nabot sfidare un re, un potente di palazzo?
Un palazzo che è come una piovra, con mille tentacoli, che arriva dappertutto, e dappertutto s’impone.
Non è così anche oggi quando un palazzo comunale è sede di sindaci disonesti, assessori corrotti o motivati solo da interessi privatistici? Quando il “bene comune” è solo un comodo paravento? Quando le mazzette sono i biglietti da visita più autorevoli? Quando le gare d’appalto sono solo ridicoli mezzucci per tappare la bocca ai cittadini (perché, si sa, troppo spesso la vince chi è disposto a sborsare il 10-20% dell’utile!)?
Ma non prendiamocela solo con i politici. Sarebbe troppo comodo. Ci siamo di mezzo tutti. Perché se ci sono servizi pubblici inefficienti dipende anche da chi ci lavora dentro. Da chi timbra il cartellino ed esce per farsi la spesa. Da chi sta dietro una scrivania e invece di smaltire il lavoro arretrato, discute di calcio e di formula uno, come se non avesse nient’altro da fare.
E anche tra noi, uomini di Chiesa, non mancano le pecche. Non abbiamo la forza di denunciare, di proporre. Insomma di annunciare il vangelo, con gesti credibili e con parole forti e chiare.
Se davanti a gente come Acab ci togliamo ancora il cappello, non prendiamocela con la società corrotta, con il potere mafioso, con il prete che è troppo attaccato ai soldi. Battiamoci il petto piuttosto. E facciamo scelte più coerenti. Senza lasciarci vincere dalla paura.
In fondo Acab è un debole con la corazza di ferro, abituato ad ottenere sempre tutto e subito, come un bambino capriccioso, senza conoscere attese e sacrifici. Un debole manovrato dalla moglie, che lo spinge a non arrendersi e a ricorrere all’inganno, alla calunnia e all’assassinio, pur di ottenere la vigna.
Gente senza scrupoli, diremmo oggi, anche tra le fila del potere politico. Che si spingono ben oltre il bene dello Stato e del partito, e che si servono dello Stato e del partito per gonfiarsi il portafoglio e salire sempre più in alto. Potenti, con rapporti di complicità con ‘pesci’ più piccoli, che diventano pedine da muovere a piacimento. Una lettera, una telefonata, e il gioco è fatto. Si costruisce un castello di accuse infondate, vere e proprie calunnie. Che si tramutano in accuse formali e poi in condanna. E l’innocente è in trappola. E non c’è nessuno che lo difenda, che stia dalla sua parte. Fintanto che sta dietro le sbarre o agli arresti domiciliari, meglio stare alla larga. Se poi ne vien fuori, pulito o meno che sia, si ricomincia a dare il saluto e l’amicizia.
Tristezza di ieri e di oggi. Che non possiamo tacere, perché altrimenti il circolo vizioso non si rompe. E niente cambia.
Ma continuiamo a seguire la storia di Acab. Fatto fuori l’avversario, s’impadronisce della vigna. Ora può girare in lungo e in largo nelle sue terre come un ‘barone’, pieno di sé, sempre più ricco, ma sempre più solo. Perché la solitudine è l’unico prezzo che si finisce per dover pagare in questi casi. Solo, e con le mani sporche di sangue innocente.
Non può non sdegnarci una situazione come questa. Lo sdegno è d’obbligo, se vogliamo sentirci ancora uomini.
Uomini, e non conigli che scappano.
Uomini, e non struzzi che nascondono la testa.
Uomini, e non coccodrilli che piangono lacrime false.
Ci sono troppi drammi che si consumano sotto i colpi di queste ingiustizie.
Pensiamo a quei padri di famiglia taglieggiati, vittime dell’usura, minacciati di morte, licenziati perché non hanno accettato di camminare a braccetto con l’illegalità.
Pensiamo a quelle donne costrette a vendersi per un posto di lavoro, o per conservarlo.
Pensiamo a quei giovani che si preparano con coscienza e zelo ad un concorso, ma si presentano sfiduciati perché sanno che già è tutto calcolato. C’è il figlio di papà che lo avrà quel posto, anche se è un incapace. Anche se scalderà fino al giorno della pensione, come tanti, una sedia che non ha meritato.
Ma com’è vero che Dio ascolta il grido dei poveri! Lui che è padre dei poveri e difensore delle vedove (cfr. Is 10, 2 e Ml 3, 5). Sì, perché se c’è stato un filo rosso di complicità e di male nella storia di Nabot, c’è anche un filo verde di speranza e bene.
È vero che Nabot viene assassinato, ma non la sua dignità. C’è chi la difende, e c’è chi ha il coraggio di accusare Acab: è il profeta di fuoco, Elia.
Elia che grida: “Hai assassinato, e ora usurpi!”. Che lo mette di fronte alle sue responsabilità e al giudizio di Dio. Come fece il Papa con quelle parole durissime, gridate quasi, ad Agrigento, nella valle dei templi, quando rivolgendosi ai mafiosi disse: “Convertiteti, …su di voi è il giudizio di Dio”.
Ecco i profeti. Coloro che non s’arrestano davanti alle teste coronate. Che gridano contro gli ingiusti per difendere i deboli. Ecco, Elia grida ancora.
Ascoltiamolo. Anzi, diventiamo un po’ come lui, con coraggio!

4. È vero che…
· Sei stato tentato di ‘venderti’ per un guadagno facile? Sei riuscito a dire di no con forza ad una proposta allettante, ma poco pulita, o semplicemente sleale e a discapito degli altri?
· Che atteggiamento assumi nei confronti di certi potenti? Te li tieni buoni, te li fai amici…o agisci con coerenza? …E con i deboli? Stai dalla loro parte, ti esponi, oppure te la dai a gambe quando bisogna fare qualcosa per difenderli?
· Nel lavoro agisci con responsabilità e correttezza? Il tempo effettivo che dedichi al tuo lavoro corrisponde al tempo per il quale vieni pagato, o te la prendi comoda?
· Hai mai cercato una raccomandazione per un concorso? E se l’hai fatto, hai mai pensato che qualcuno, più preparato di te, non è riuscito a superarlo? Ti sei sentito a posto con la coscienza?
· Se tra gli amici scopri di avere a che fare con elementi poco raccomandabili, che fai? Ne prendi le distanze, oppure fai buon viso a cattivo gioco? Sei capace di denunciare un reato che hai visto commettere da qualcuno?
· Quanto conta per te il “giudizio” di Dio, lì dove giudizio significa confronto con la sua legge?

5. Impegni da prendere
1. Non stare sottomesso né dipendente dai più forti, ma sii solidale con i deboli.
2. Vinci la paura e l’omertà, denunciando soprusi e ingiustizie. Sii profeta ed eroe!
3. Non rassegnarti né scoraggiarti dinanzi alle prepotenze di ‘palazzo’ (qualunque sia il palazzo in questione!). Impegnati piuttosto a combattere il pessimismo di chi ti vuol far credere che non ci sia più niente da fare e che niente potrà mai cambiare.
4. Fai gruppo con altri che su questi valori fondamentali la pensano come te, perché possiate sentirvi più forti ed insieme lottare per quello in cui credete. Insieme si può, da soli ci si smarrisce!

6. Preghiamo insieme
Salmo 1
Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi,
non indugia nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli stolti;
ma si compiace della legge del Signore,
la sua legge medita giorno e notte.
Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che darà frutto a suo tempo
e le sue foglie non cadranno mai;
riusciranno tutte le sue opere.
Non così, non così gli empi:
ma come pula che il vento disperde;
perciò non reggeranno gli empi nel giudizio,
né i peccatori nell’assemblea dei giusti.
Il Signore veglia sul cammino dei giusti,
ma la via degli empi andrà in rovina.
[1] Cfr. E. MENICHELLI, L’uomo di fuoco, Bologna 1997, in particolare le pp.86-95.


Schede
Ecco i titoli delle schede che compongono il sussidio di Mons. Bregantini.

  1. Il giardino da custodire (Gen 2,1-20)
  2. Dalla gelosia che uccide al perdono che salva (Gen. 37-45)
  3. Spigolare con tenacia e dignità (Rut)
  4. Contro la prepotenza, parole di fuoco (1 Re 21)
  5. Il fascino di una bottega artigiana (Mc 6, 3 e Lc 2, 51-52)
  6. Maria alla fontana... (Lc 1, 26-38)
  7. Camminare a testa alta, liberi dal male ( Lc 13, 10-17)
  8. Pane spezzato, lavoro per tutti (Mc 6, 30-44)
  9. Ho lavorato con queste mie mani (At 20-34)
  10. Il tuo sogno si realizza (Ap. 21, 1-8)


Sussidi dei giovani lavoratori
Le mani del giovane
Il cuore di Cristo

  • Presentazione
  • Prefazione
  • Introduzione: "C'era una volta una chiave d'oro..."
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