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Coordinatore
Sig. Sergio Principe
Schede Spigolare con tenacia e dignità
Rut
1. Il fatto
Sento pulsante e vivace il lungo cammino compiuto in questi decenni dalla Pastorale sociale e del lavoro, che mi ha visto partecipe prima come studente di teologia, poi giovane prete delegato, ed ora anche da Vescovo, con infinita gratitudine verso il Signore. È una strada compiuta insieme a molte persone, delle quali non va sottaciuta la grande capacità.
Cresce l’attesa, da parte della gente, di risposte ecclesiali sul piano socio-economico. Ne è prova la numerosa presenza di delegati laici tra i rappresentanti delle diocesi, in seno ai lavori dell’Ufficio Nazionale della C.E.I.: essi rappresentano una nuovissima finestra sul futuro.
La discussione intorno ai problemi sociali e del lavoro va certo rilanciata: in ambito ecclesiale si manifesta, verso tali tematiche, una certa rassegnazione o distanza. Si è sempre presi dalla tentazione di lasciarle a specialisti del ramo, o a gente con una rotellina in più...
Ma questo nuovo aggancio va condotto secondo angolature e prospettive rinnovate. E quanto tenterò ora di delineare, consapevole delle difficoltà che incontrerò. Perciò, a tal fine, utilizzerò una storia biblica, quasi un’icona, un paradigma: la storia di Rut e di Noemi.
2. Il testo
Alla storia di Rut e Noemi la Bibbia dedica un intero libro: il Libro di Rut, appunto. Che puoi dividere e leggere a spicchi, seguendo passo passo la spiegazione, oppure d’un fiato, lasciandoti coinvolgere dalla trama del racconto.
In ogni caso, è sempre bene, poi, tornare sul testo. Rileggerlo lentamente, soffermandoti su ciò che più ti colpisce, perché quel che ti colpisce è ciò che Dio vuole comunicarti.
3. La spiegazione
Possiamo riassumere la storia di Rut e di Noemi in cinque tappe, che saranno le cinque parti del mio dire:
- l’amarezza dell’esilio e di un’esistenza triste, perché Noemi, sposata con Abimelech ed emigrata da Betlemme in terra di Moab, vede fallire tutte le proprie speranze. Ha due figli che si sposano con due ragazze del posto, Orpa e Rut. Ma, poco dopo, il marito di Noemi ed i due giovani muoiono. Restano queste tre donne sòle. Noemi decide di tornare a Betlemme: è talmente triste e “vuota” che la gente non la chiama più Noemi, dolcezza mia, ma Mara, che significa amarezza;
- sulla strada del ritorno, le due nuore scelgono strade differenti. Orpa, colei che mostra le spalle, lascia l’anziana Noemi, mentre Rut, amica fedele, la segue con gratuità e tenacia. Rut diviene il simbolo di ogni fedeltà che si fa solidarietà reale e coraggiosa;
- giungono a Betlemme al tempo in cui si miete l’orzo (cfr. Rut 1, 22). Questo fatto non è casuale. Anzi, la mietitura è proprio il tempo delle occasioni. È l’invito a valorizzare, a partire dal nostro stesso tessuto sociale, locale e nazionale, le potenzialità degli uomini e le risorse del luogo;
- Rut va a spigolare: un lavoro precario e umilissimo. Svolto però con tale dignità da rendere la donna una regina, e non una serva. Ecco il nodo centrale: l’aspetto culturale del lavoro! Come dare pari dignità ad ogni lavoro? Per quali tappe?
- Entra in scena il padrone del campo, Booz, che si prende cura di Rut, si fa suo garante, goél, la difende e si innamora di lei, ricambiato. Nasce un bimbo, Obed, alla cui vista le donne di Betlemme dicono: “È nato il figlio di Noemi”. L’amarezza si trasforma in gioia, da Mara a Noemi.
Da Mara a Noemi, cinque passaggi che ora cercherò di commentare.
DALLA PARTE DI MARA - L’amarezza di Noemi, che la gente chiama Mara, ed il suo pianto sofferto sono il simbolo, a mio giudizio, di tante storie di dolore che covano e crescono nel mondo del lavoro e della disoccupazione: i continui morti nei cantieri, le tante incertezze sul futuro, la ristrutturazione selvaggia, la precarietà, i cinquantenni espulsi e dimenticati.
E che dire dei giovani disoccupati, specie al Sud? La loro è ormai una condizione permanente, pacificamente accettata, nonostante il “mitico” ingresso in Europa. Giovani in panchina ormai per sempre, che rinviano il matrimonio e quindi la costruzione di nuove case e nuovo lavoro, la fuga dei cervelli al Nord, un generale clima di sfiducia e rassegnazione, giovani “vuoti” come Mara, l’inutilità di un impegno scolastico metodico, le nuove strade del clientelismo, le forme aggiornate di corporativismo difensivo, l’handicap e gli “ex-drogati o ex carcerati”! O gli immigrati, come un tempo Rut...
Ne nasce un’intuizione, da rilanciare oggi ancora una volta: la Chiesa deve guardare la questione lavoro soprattutto dalla parte dei perdenti, della povera gente. Con il conseguente impegno a schierarsi dalla parte di Mara!
Il sistema economico va osservato con gli occhi di Mara, e non con lo sguardo di chi investe in borsa e piange e strepita ogni giorno alle primissime notizie del telegiornale!
E chi raccoglie, anche politicamente, il grido di tutti questi fratelli e sorelle? Chi li rappresenta? E che posizione prende la Chiesa?
Qui, credo, si colloca il suo impegno, qui è chiamata a dare delle risposte chiare e nitide, frutto di una scelta evangelica: la Chiesa sente Mara al proprio fianco, e ascolta il suo grido, anche a rischio della vita.
CON LA SOLIDARIETÀ DI RUT - È commovente l’attestazione di affetto e di fedeltà che Rut dà all’anziana Noemi, sulla strada del ritorno verso Betlemme, e quando ormai la cognata Orpa le ha lasciate. Sono parole che vanno lette integralmente, per la loro infinita bellezza: “Non insistere con me perché io ti abbandoni e torni indietro senza dite, perché dove andrai tu, andrò anch’io; dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (Rut 1, 16).
Come non leggervi quell’atteggiamento di vera solidarietà del quale è spesso intessuto il mondo del lavoro…, nei tantissimi ricordi, che conservo gelosamente, dei miei anni di operaio in fonderia a Verona!
Ma questo deve essere anche lo sguardo e la presenza solidale di un’intera Chiesa postconciliare, che sente proprie le gioie e le lacrime dei poveri (cfr. Gaudium et spes, 1). Una Chiesa vicina, “amica fedele” come Rut.
I gesti possibili e gli spazi in cui muoversi sono infiniti. La presenza dei cappellani del lavoro e dei preti operai, cui va la nostra gratitudine. Le religiose che operano in questo mondo. Chiese vicine nei momenti di difficoltà di molte aziende. Celebrazioni sempre più incisive della Giornata della Solidarietà. Dichiarazioni attese o richieste, non formali e non legate solo ai momenti di crisi.
Ma tutto questo deve e può diventare stile quotidiano di parrocchie e comunità religiose. Per farsi poi scelta di campo ed operatività concreta.
Come il crescente impegno della Chiesa al Sud nel settore del lavoro imprenditoriale, soprattutto cooperativistico.
Quante cooperative sono tenacemente volute e portate avanti da giovani dietro ai quali c’è un prete o un vescovo!
Quante iniziative stanno sorgendo sullo stile di Policoro, nel dialogo fra i tre specifici uffici di Curia: pastorale giovanile, Caritas e pastorale del lavoro.
Qui la Chiesa deve raccogliere, sostenere, esortare: perché questo stile di solidarietà, di fedeltà amicale fatta gratuità, si diffonda e diventi stile nell’annunciare il Vangelo. Chiediamoci onestamente: chi è Rut, oggi? Noi siamo Rut? Come diventare Rut?
“IL TEMPO DELL’ORZO...” - La battuta biblica è illuminante: “Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo” (Rut 1, 22). Il tempo dell’orzo è il tempo delle opportunità, che ogni stagione offre ed ogni luogo conserva, anche quando la crisi, come oggi, ci coinvolge e a tratti ci travolge.
Questa crisi ci provoca alla solidarietà di Rut, a riscoprire le potenzialità della gente e le risorse di un territorio, cioè della gente e del luogo in cui ci troviamo. Si tratta di compiere un decisivo cammino culturale, di ricreare dal basso e non più di attendere dall’alto. Si tratta di accorgersi, riscoprire, valorizzare. Di guardare con occhi nuovi la propria storia e cultura. Di nutrire fantasia ed inventiva, tenacia e fiducia, in un modo nuovo di vedere la vita, autenticamente evangelico perché genuinamente umano.
Due sono le tentazioni da bandire: l’andazzo, facile e scivoloso, nel disprezzare il proprio ambiente, come si fa, specie al Sud; ed il mitizzare altri “posti”, che si tratti di Nord Europa, di oltre Oceano, o di luoghi diversi ancora.
Il cammino da percorrere è invece differente: il vero sviluppo è solo endogeno, ben legato alla storia locale ed inserito nella cultura del territorio. Ecco i patti territoriali, i contratti d’area, l’impegno nel campo agricolo, la valorizzazione di beni culturali in gran parte proprietà della Chiesa, l’interazione con i musei.
Ancor prima che un’attività vasta sul piano numerico, si tratta di una nuova impostazione, di spezzare le catene della schiavitù del pregiudizio, di aprire il cuore, in un domani prossimo, a risorse insperate.
Alla comunità cristiana cosa chiediamo?
Di farsi capace di valorizzare ogni frammento di speranza, promuovendo storia e cultura locali, rispettando tradizione e tipicità dei luoghi, scoprendo la perla nascosta nel cuore di tanti giovani: ecco una nuova, allargata dimensione della pastorale vocazionale!
Ai preti chiediamo discernimento e coraggio, ed iniziative fatte segno.
Alle scuole, specie cattoliche, chiediamo di non concentrarsi sulla vacanza in Inghilterra, ma di volgersi alla riscoperta del proprio territorio o delle vacanze alternative: ad esempio con campi di lavoro, da rilanciare nel mondo universitario, e precisi interscambi Nord-Sud.
Dalle religiose vogliamo la riscoperta e valorizzazione delle antiche scuole di taglio e cucito o ricamo, e che conferiscano loro una nuova dimensione ed un nuovo valore:
non cerchiamo la schiavitù femminile, ma l’incarnazione del vissuto della nostra terra! Da qui, anche, la riconsiderazione di scuole professionali davvero legate ad imprese e territorio.
Ed ai monaci chiediamo non la creazione di profumi per signora o soltanto di distillati liquorosi, ma la presenza nel lavoro dei campi, grazie ad un sapiente utilizzo della legge 44. È quanto fecero i monaci nel cuore del medioevo: le cattedrali sorgevano “in pietra locale”, ad opera cioè delle competenze, risorse, tenacia dei mastri del luogo. Alcune esperienze di rinnovata vita monastica vanno proprio in questa direzione, e portano ad un’inattesa fioritura vocazionale. Perché questo cercano i giovani, e da tutta la Chiesa.
Non si tratta di fare solo qualcosa per chi non ha lavoro, ma di farsi “qualcosa di nuovo”.
“IO VADO A SPIGOLARE...” - È ancora questo il punto nodale della questione lavoro: quale dignità ha il mio lavoro? Con quale sentimento guardo al lavoro degli altri? Come dare pari dignità a tutti i lavori?
Rut, con molto decisionismo, coglie subito le opportunità e sceglie: “Io vado a spigolare...”. Spigolare è un lavorare umile, infimo, precario come non mai perché dipendente dalle bizze degli “operai che lo precedono. Eppure Rut lo compie con dignità invidiabile. Narra la Bibbia: “Ha detto: ‘Vorrei spigolare e raccogliere dietro ai mietitori’. È venuta ed è rimasta in piedi da stamattina fino ad ora, che è mezzogiorno” (Rut 2, 7).
È tutta questione di dignità. È necessario affermarlo, tramite i documenti magisteriali, proclamando che la dignità del lavoro non dipende dal lavoro in sé ma dalla grandezza di chi lo compie: e questi è sempre un uomo.
Ma quanta strada ancora da fare.
Qui la comunità cristiana ha davanti un compito educativo formidabile. A tre livelli: prima di tutto nella catechesi, perché Nazaret sia ben presente agli occhi dei fedeli; poi nella valorizzazione della dottrina sociale: nei seminari, nei luoghi di formazione, in incontri biblici e comunità religiose; infine nei gesti concreti, dai preti operai fino ai monaci.
Il discorso si allarga, e si intreccia con il “progetto culturale della Chiesa italiana”. Questo, infatti, è un problema culturale, che si fa educativo dentro le tre grandi agenzie: Chiesa, famiglia e scuola. Educare alla pari dignità di ogni lavoro, stimare tutti allo stesso modo, accogliere in canonica tutti con lo stesso stile, parlare nelle omelie con lo stupore del Cristo che racconta del lavoro dei pastori, pescatori, casalinghe...
Ed anche qui troviamo sul nostro cammino molteplici nemici: la televisione che mitizza le vincite facili dei giochi di Stato, il guadagno a poco prezzo costruito sulla droga e grazie al quale la mafia alletta i giovani, la ricerca del “posto” e non del lavoro, il luccichio dello straordinario o dell’appariscente di cui è imbevuta la nostra cultura dell’immagine.
È necessario riparlare di Nazaret. Riparlarne, e dare segni visibili di povertà nella Chiesa. In un rinnovato voto, non più solo di povertà (spesso appena formale!), ma di sobrietà di vita.
Ci ritroveremo, così, convertiti al Vangelo dalla stessa realtà del mondo del lavoro. Se chi lavora ci sentirà capaci di stimare realmente ogni lavoro e di dare pari dignità ad ogni fatica, sentirà anche che realmente il Cristo passa oggi sulla sua strada. Per compiere il Giubileo.
BOOZ, IL GOEL - La storia di Rut si intreccia ad un certo punto con la storia di Booz, il padrone del campo. Ne diventa un innamorato, goél, un termine biblico difficile da tradurre, ma ricco di spunti sul piano sociale. Il goél era colui che prendeva a cuore una persona, facendola sentire preziosa ed importante, o una causa, rendendola propria.
Per la storia di Rut, una vicinanza che trasforma, in un rapporto d’amore che si fa anche fecondità, ricco di vita e di speranza.
Oggi, come essere goél nel mondo del lavoro?
In due modi, concretissimi, rilanciati anche dai progetti europei: la reciprocità ed il partenariato.
Reciprocità è la gioia di far crescere l’altro nella certezza che la sua crescita è anche la mia. Non concorrenza sleale, né invidia, né gelosia. Ma una solidarietà orizzontale: tu cresci con il mio aiuto ed io, aiutandoti, faccio crescere me stesso. Ben oltre la pura solidarietà, e senza quel pizzico di perbenismo che talvolta la anima.
Partenariato è un’azienda matura che accompagna la nascita e il cammino di un’azienda giovane. Una cooperativa avviata che apre la strada e il mercato ad una cooperativa nuova!
È l’accompagnamento di esperienze iniziali, un nuovo modo di investire i soldi, una nuova impostazione per l’attività bancaria, che oggi rischia poco e spesso uccide invece di promuovere. È oltre il gioco in borsa, pura finanza speculativa. È l’intreccio, anche culturale, tra Nord e Sud, d’Italia e del mondo!
E infiniti esempi che voi ben conoscete.
Qui la Chiesa può e deve farsi sentire. Perché a questo serve il denaro: non a speculare e ad arricchirsi, ma a far crescere, nella certezza che i soldi investiti per la crescita dell’altro realmente ritornano a te, persino sul piano strettamente finanziario.
CONCLUSIONI E PROSPETTIVE - Nasce un bimbo a Rut. Ma le donne di Betlemme esclamano esultanti: “È nato un figlio a Noemi!” (Rut 4, 17). Rut passa in secondo piano. Sulla scena della vita torna quella donna, già amara e triste, vuota e sconfitta, che ora ridiventa Noemi, dolcezza, pienezza di fecondità tramite i cinque gradini della speranza: solidarietà, opportunità, dignità, reciprocità, fedeltà.
Cinque passaggi che io auguro di sperimentare anche alle comunità cristiane di ogni diocesi d’Italia, nella certezza che il Giubileo è questo tempo di rinnovata speranza, certi che il deserto può fiorire e il volto di ogni uomo tornare a brillare nella luce della vita.
4. È vero che…
· Chiediamoci onestamente: chi è Rut, oggi? Noi siamo Rut? Come diventare Rut?
· Quale dignità ha il mio lavoro? Con quale sentimento guardo al lavoro degli altri? Come dare pari dignità a tutti i lavori? Per quali tappe?
· Abbiamo detto che la Chiesa deve guardare la questione lavoro soprattutto dalla parte dei perdenti, della povera gente. Ma come raccogliere, anche politicamente, il grido di tutti questi fratelli e sorelle? Chi li rappresenta?
· Oggi, come essere goél nel mondo del lavoro? Credo nell’efficacia della reciprocità e del partenariato?
5. Impegni da prendere
Punterei sui cinque gradini della speranza:
1. solidarietà
2. opportunità
3. dignità
4. reciprocità
5. fedeltà
6. Preghiamo insieme
Puoi farti guidare da questi versetti della Bibbia e poi concludere con la preghiera.
Il Signore ti ha benedetto in ogni lavoro delle tue mani. (Dt 2, 7)
Chi trascura il suo lavoro è compagno di chi distrugge. (Pr 18, 9)
Che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. (Qo 3, 10)
Non disprezzare il lavoro faticoso, neppure l’agricoltura creata dall’Altissimo. (Sir 7, 15)
Dio non è ingiusto da dimenticare il vostro lavoro. (Eb 6, 10)
Non rimandare la paga di chi lavora per te, ma a lui consegnala subito; se così avrai servito Dio, ti sarà data la ricompensa. (Tb 4, 14)
..lavorando si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere! (At 20, 35)
Tu, Signore,
che stai dalla parte
di chi si guadagna il pane di ogni giorno
lavorando in pace,
benedici il nostro lavoro.
È per dono tuo che noi ne godiamo,
sia per tua forza che possiamo sempre lavorare
soccorrendo i deboli e sostenendo i forti,
sempre solidali, dignitosi e fedeli,
animati dalla gioia di far crescere gli altri,
nella certezza che la loro crescita sia anche la nostra.
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Schede Ecco i titoli delle schede che compongono il sussidio di Mons. Bregantini.
- Il giardino da custodire (Gen 2,1-20)
- Dalla gelosia che uccide al perdono che salva (Gen. 37-45)
- Spigolare con tenacia e dignità (Rut)
- Contro la prepotenza, parole di fuoco (1 Re 21)
- Il fascino di una bottega artigiana (Mc 6, 3 e Lc 2, 51-52)
- Maria alla fontana... (Lc 1, 26-38)
- Camminare a testa alta, liberi dal male ( Lc 13, 10-17)
- Pane spezzato, lavoro per tutti (Mc 6, 30-44)
- Ho lavorato con queste mie mani (At 20-34)
- Il tuo sogno si realizza (Ap. 21, 1-8)
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Sussidi dei giovani lavoratori
Le mani del giovane Il cuore di Cristo
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