Torna alla Home page

Ufficio Pastorale per i Problemi Sociali ed il Lavoro di Cosenza
Logo nazionale Pastorale
Organigramma Ufficio
Informazioni legali
Privacy
Responsabile:
Don Salvatore Buccieri
Sede Legale:
Piazza A. G. Parrasio 16
87100 Cosenza
Tel. +39 0984 687773
News

Lavoro
Coordinatore
Sig. Sergio Principe



Schede
Dalla gelosia che uccide al perdono che salva
(Gen 37-45)
1. - Il fatto
Non so se abbiate mai sentito parlare di Giuseppe, figlio di Giacobbe e Rachele, penultimo di 12 fratelli: un diciassettenne intelligente, bello d’aspetto, …giovane lavoratore, con i fratelli, nell’azienda “nomade” del padre. La Bibbia si occupa di lui e della sua famiglia nei capitoli 37-45 del Libro della Genesi.
Ma chi è questo ragazzo, cresciuto nel paese di Canaan? Che gli succede di così strano e interessante da dover essere segnalato nei dettagli?
Vi racconto la sua storia perché possiate capire come l’invidia sia capace di distruggere un’intera famiglia e cancellare ogni tipo di rapporto, facendo scatenare violenze insospettabili tra fratelli. Ma anche come il perdono possa ricreare un clima di fiducia e far riallacciare rapporti limpidi, intensi in una famiglia che sta andando allo sfascio.
Giuseppe è una vittima dell’invidia che si tramuta presto in odio e spinge i fratelli al complotto contro di lui.
Giuseppe è però anche una finestra aperta su una famiglia che riesce a fare un’esperienza forte di riconciliazione.
Ecco: vi racconto di Giuseppe perché lui è quel fratello, quell’amico, quel collega di lavoro …che sentite troppo diverso da voi, quasi una minaccia alla vostra libertà di esistere e realizzarvi. E vi fa così rabbia e paura, che diventate aggressivi e intolleranti. Lo sentite nemico. E da un nemico bisogna difendersi.
Ma questo è un tunnel di morte. Dal quale la Parola di Dio vuol farvi uscire perché possiate condividere il respiro della vita con chi forse è in tutto diverso da voi, ma non certo nel cuore, che batte come il vostro; perché possiate rallegrarvi nello stupore dei mille diversi colori che tappezzano le strade del mondo. E in ogni volto, unico e irripetibile, riconoscere l’uomo, incontrare l’amico.

2. - Il testo
Leggere qui, insieme, tutto il testo sarebbe troppo lungo. Ma potrete farlo da soli, magari più tardi, ritagliandoti uno spazio di silenzio, Bibbia alla mano.
Noi intanto ripercorriamo a volo d’uccello i passi più decisivi della storia di Giuseppe.
Questa è la storia della discendenza di Giacobbe. Giuseppe all’età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. (…) Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche. I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente. Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancor di più. (Gen 37, 2-5)
…un sogno che mette in luce la missione speciale di questo ragazzo. E poi un altro ancora, che scatena l’invidia dei fratelli. “Ma chi si crede di essere questo ragazzino che dice di dover regnare su di noi?” – sarà il loro brontolare.
E i rapporti continuano ad incrinarsi, fino a far maturare nei fratelli il progetto di eliminarlo.
Si presenta un’occasione d’oro: Giacobbe invia Giuseppe a Sichem per accertarsi della salute dei fratelli che lì si erano recati per pascolare il gregge. Il giovane si mette subito in cammino, nella disponibilità dell’“Eccomi!”[1]. È il padre che lo vuole, sebbene non gli sia difficile immaginare che i fratelli non avrebbero gradito la sua visita. E lungo il viaggio, mentre va vagando per la campagna, incontra un uomo che gli chiede: “Che cerchi?”. La sua risposta è una rivelazione del cuore: “Cerco i miei fratelli”. Una ricerca nel segno della sollecitudine, premurosa e aperta: lui si sente fratello!
Ma non basta per evitargli la tragedia.
Intanto riprende il suo viaggio e s’avvicina al luogo dove i fratelli si erano accampati.
È a un tiro di schioppo da loro. Lo intravedono appena. È tremendo, ma già cominciano a discutere animatamente su come sbarazzarsi di lui.
Si dissero l’un l’altro: “Ecco, il sognatore arriva! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l’ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!”. (Gen 37, 19-20)
Nell’intrigo scoppiano le divergenze. Uno dei fratelli, Ruben, è sconvolto. La coscienza gli grida dentro: “Fermali!”. Tentenna, tergiversa. Sente di dover fare qualcosa. Non può lasciare che il fratello venga assassinato: sarebbe un delitto imperdonabile. Escogita allora uno stratagemma per risparmiargli la morte, ma anche per non mettersi gli altri contro: “Gettiamolo in questa cisterna che è nel deserto”, propone. Come dire: “Qui presto morirà da solo, di sete e di fame. E noi non ci sporcheremo le mani con il suo sangue”. Ma il vero scopo era quello di tornare sul posto, “liberarlo e ricondurlo al padre”.
La proposta viene accolta.
Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica dalle lunghe maniche ch’egli indossava, poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua. Poi sedettero per prendere cibo. (Gen 37, 23-25)
Mentre i fratelli, accanto al fuoco, prendono cibo, ecco una carovana di Ismaeliti che suggerisce a Giuda, un altro dei fratelli, di trarre dal complotto un guadagno facile: “Su, vendiamolo a loro!”.
Un guadagno facile e sporco. Ricavato: un gruzzolo di venti sicli d’argento, un cuore d’odio e rapina, e un padre, Giacobbe, con la morte nel cuore per la perdita del figlio.
Presero poi la tunica di Giuseppe, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. Poi mandarono al padre la tunica dalle lunghe maniche e gliela fecero pervenire con queste parole: “L’abbiamo trovata; riscontra se è o no la tunica di tuo figlio”. Egli la riconobbe e disse: “è la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato. Giuseppe è stato sbranato”. Giacobbe si stracciò le vesti, si pose un cilicio attorno ai fianchi e fece lutto sul figlio per molti giorni. Tutti i suoi figli e le sue figlie vennero a consolarlo, ma egli non volle essere consolato dicendo: “No, io voglio scendere in lutto dal figlio mio nella tomba”. E il padre suo lo pianse. Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie.
(Gen 37, 31-36)
Giunto in Egitto, schiavo, Giuseppe diventa maggiordomo nella casa di Potifar. Ben presto acquista prestigio e s’impone per le sue doti. Ma per aver rifiutato di diventare l’amante della moglie di Potifar, viene calunniato dalla donna e gettato in carcere con l’accusa di tentata violenza carnale (cfr. Gen 39, 1-20).
Anche qui inizialmente sperimenta una particolare benedizione divina (“Il Signore fu con Giuseppe”): si guadagna prima la fiducia del capo delle guardie che gli affida tutti i detenuti (cfr. Gen 39, 21-23), e poi interpreta i sogni di due ufficiali del faraone (uno dei quali accusato e arrestato ingiustamente) sperando di poterne ricavare in seguito qualche beneficio (cfr. Gen 40, 1-23).
Ma viene presto dimenticato da tutti.
Oramai sta toccando il fondo!
Passano ben due anni di isolamento. Unica compagnia: la folla struggente dei ricordi. Poi sopraggiunge un fatto destinato a cambiare le carte in tavola: il faraone fa un sogno strano, enigmatico. Giuseppe viene chiamato a corte per interpretarlo. E lo fa così bene che il faraone gli affida un incarico importante. Lo nomina gran visir (cfr. Gen 41, 1-49).
Finalmente sta risalendo la china!
E viene il momento di mettere anche su famiglia. Sposa così la figlia di Potifar che gli dà due figli:
Manasse, “perché Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre” ed
Efraim, “perché Dio mi ha reso fecondo nel paese della mia afflizione.” (Gen 41, 50-52).
Nomi che dimostrano con chiarezza una presa di posizione: Giuseppe si è tagliato fuori dalla famiglia, vuol dimenticare e andare avanti. Anche lui, in un certo senso, ora ha calato i fratelli e persino il padre nella cisterna screpolata del suo cuore! Un cuore inaridito e vuoto, completamente preso dagli affari di corte. Oppure intrappolato dalla sofferenza.
Ma Dio, ancora una volta, non si arrende dinanzi alla fuga dell’uomo, e trasforma il male in occasione provvidenziale.
Si scatena una tremenda carestia che s’allarga anche a Canaan, dove vive la famiglia di Giuseppe. L’Egitto ora diventa un punto di riferimento, l’unico per non morire di fame. Giuseppe infatti, che attraverso il sogno del faraone aveva previsto sette anni di carestia, aveva fatto costruire in Egitto molti granai riempiendoli via via durante i precedenti sette anni d’abbondanza.
Ora sono in molti dai paesi limitrofi a recarvisi per comprare provviste. Tra questi anche i fratelli di Giuseppe (cfr. Gen 42, 1ss).
Ora Giuseppe aveva autorità sul paese e vendeva il grano a tutto il popolo del paese. Perciò i fratelli di Giuseppe vennero da lui e gli si prostrarono davanti con la faccia a terra. Giuseppe vide i suoi fratelli e li riconobbe …mentre essi non lo riconobbero.
(Gen 42, 6-8)
Si direbbe che Giuseppe abbia un occhio particolare. Lui “sa” vedere e riconoscere i fratelli. È un dono? una sensibilità via via purificata dal dolore? Difficile dirlo. Di certo, un amore mai sradicato del tutto, anche se sofferto. Un amore che tuttavia chiede una prova ai fratelli, per saggiare il loro cuore.
Giuseppe disse loro: “Le cose stanno come vi ho detto: voi siete spie. In questo modo sarete messi alla prova: per la vita del faraone, non uscirete di qui se non quando vi avrà raggiunto il vostro fratello più giovane. Mandate uno di voi a prendere il vostro fratello; voi rimarrete prigionieri. Siano così messe alla prova le vostre parole, per sapere se la verità è dalla vostra parte. Se no, per la vita del faraone, voi siete spie!”. E li tenne in carcere per tre giorni.
(Gen 42, 14-17)
Sì, vuol rendersi conto se sono cambiati, se ora sanno essere fratelli!
Passati i tre giorni, li lascia andare, ma non tutti. Trattiene in carcere Simeone fintanto che non gli abbiano portato il fratello più piccolo, Beniamino, rimasto con il padre. Tutto questo per verificare l’atteggiamento dei fratelli.[2]
Quindi Giuseppe diede ordine che si riempissero di grano i loro sacchi e si rimettesse il denaro di ciascuno nel suo sacco e si dessero loro provviste per il viaggio. E così venne loro fatto.
(Gen 42, 25)
Ecco la risposta di Giuseppe all’antica malvagità dei fratelli. Risponde al male con il bene e con larghezza e generosità di cuore.
Intanto la carestia continua ad imperversare. È necessario tornare in Egitto. Giacobbe, con il cuore a pezzi, avendo già perduto due figli (Giuseppe e poi anche Simeone) è costretto a cedere e a far partire anche Beniamino.
L’incontro tra Giuseppe e Beniamino è commovente (cfr. Gen 43, 15-34):
Egli domandò loro come stavano e disse: “Sta bene il vostro vecchio padre, di cui mi avete parlato? Vive ancora?”. Risposero: “Il tuo servo, nostro padre, sta bene, è ancora vivo” e si inginocchiarono prostrandosi. Egli alzò gli occhi e guardò Beniamino, suo fratello, il figlio di sua madre, e disse: “è questo il vostro fratello più giovane, di cui mi avete parlato?” e aggiunse: “Dio ti conceda grazia, figlio mio!”. Giuseppe uscì in fretta, perché si era commosso nell’intimo alla presenza di suo fratello e sentiva il bisogno di piangere; entrò nella sua camera e pianse.
(Gen 43, 27-30)
Poi ordina che venga imbandita una tavola ricchissima e che a Beniamino sia servita una portata cinque volte più abbondante di quella degli altri fratelli. Un particolare che ci fa pensare: forse Giuseppe vuole verificare ancora se i fratelli siano gelosi di Beniamino come lo erano stati di lui!
Non solo: tesse un altro stratagemma! Nella sacca di Beniamino fa nascondere una coppa. Poi invita tutti a far ritorno a casa con le provviste e, mentre si avviano, li fa raggiungere da una guardia che tira fuori la coppa d’argento e li costringe a forza a tornare da Giuseppe accusandoli di furto. Ma perché tutto questo? Per verificare se anche stavolta i fratelli avrebbero venduto Beniamino o se il loro cuore era cambiato!
E il loro cuore era cambiato davvero. Certi errori si possono fare solo una volta!
Giuda fa un discorso stupendo con toni di amore tenerissimo verso il vecchio padre e si offre lui stesso al posto di Beniamino.
Ma il tuo servo si è reso garante del giovinetto presso mio padre: Se non te lo ricondurrò, sarò colpevole verso mio padre per tutta la vita. Ora, lascia che il tuo servo rimanga invece del giovinetto come schiavo del mio signore e il giovinetto torni lassù con i suoi fratelli! Perché, come potrei tornare da mio padre senz’avere con me il giovinetto? Ch’io non veda il male che colpirebbe mio padre!”.
(Gen 44, 32-34)
È l’ora del riscatto. Giuda è disposto a restare schiavo al posto del fratello minore. Non può e non vuole sbagliare.
Questo è il momento in cui finalmente la famiglia dispersa comincia a ritrovarsi. Tutti, dopo aver toccato il fondo, ritrovano le loro radici! La sofferenza li ha maturati come fratelli e figli dello stesso padre.
Ora Giuseppe può farsi riconoscere. Il brano è stupendo, commovente, da leggere d’un fiato:
Allora Giuseppe non poté più contenersi dinanzi ai circostanti e gridò: “Fate uscire tutti dalla mia presenza!”. Così non restò nessuno presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli. Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. Giuseppe disse ai fratelli: “Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?”. Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza. Allora Giuseppe disse ai fratelli: “Avvicinatevi a me!”. Si avvicinarono e disse loro: “Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l’Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d’Egitto. Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: Dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto. Vieni quaggiù presso di me e non tardare.
(Gen 45, 1-9)
Non c’è più posto per l’astio o la diffidenza nel cuore di Giuseppe: nessuna vendetta, nessun rimprovero. Anzi – e questo lo rende saggio e profondo! - interpreta tutta la vicenda alla luce del progetto di Dio: Dio ha voluto così perché ne scaturisse un bene più grande!

3. – La spiegazione
Innanzi tutto proviamo a chiederci:
Per Giacobbe, chi è Giuseppe?
Per Giacobbe egli è la pupilla dei suoi occhi e il bastone della sua vecchiaia, sebbene anche lui talvolta non lo capisca e lo rimproveri per quel suo carattere strano e un po’ diverso, fuori dalle righe!
E per i fratelli?
Per i fratelli è invece un privilegiato, accaparratore d’affetto, d’attenzioni e di preferenze; uno col vizio di spiare e di spifferare tutto al padre; un sognatore con troppe manie di grandezza. Insomma, un figlio esemplare ma anche un fratello scomodo.
Due punti di vista differenti, che mostrano sentimenti opposti.
Ma perché? E di chi è la colpa:?
Di Giacobbe che fa preferenze, dei fratelli che sono gelosi e invidiosi, o di Giuseppe che ostenta il suo ruolo di beniamino? Oppure occorre affinare lo sguardo per andare oltre…?
Di certo, Giacobbe amava tutti i suoi figli. Ma era anche consapevole che Giuseppe fosse stato investito da una missione speciale, per un progetto di Dio misterioso e grande.
Diciamo allora che se i rapporti tra i figli di Giacobbe si spezzano è perché ognuno pensa che “poiché tutti siamo uguali, tutti dobbiamo essere trattati allo stesso modo”. Non capiscono che ogni uomo è unico, diverso e irripetibile e che “non c’è peggiore ingiustizia che fare parti uguali tra disuguali” (Don Milani). I fratelli di Giuseppe hanno avuto paura del “diverso” e hanno avvertito questa diversità come opposizione, non come ricchezza e complementarità.
Insomma, sono rimasti incastrati nella trappola dei cinque veleni[3]. Eccoli:
L’ODIO – Spesso si scatena per la mancata realizzazione di un desiderio, per paura di non essere amati, per una forma di impotenza contro l’ingiustizia. Maschere dell’odio: l’antipatia, l’avversione, l’aggressività, l’intolleranza,…
L’ORGOGLIO – L’orgoglioso è dominato dall’attaccamento alle proprie opinioni, al proprio fisico d’atleta, alla realizzazione di sé a tutti i costi, ad un forte senso di superiorità, anche se spesso ha le sue radici più profonde in un altrettanto forte complesso d’inferiorità e di insicurezza.
LA GELOSIA – Nasce nel giardino delle relazioni tra amici, fidanzati, fratelli, gruppi di lavoro quando non si accetta che anche l’altro possa amare ed essere amato, che possa far meglio o che abbia capacità che si desidererebbe avere per sé. Così si diventa aggressivi, sospettosi, fino a commettere vere e proprie cattiverie.
L’AVIDITÀ – I frutti dell’avidità sono le ambizioni sfrenate, l’avarizia, la ricerca smodata di lusso, di comfort, l’incapacità di condividere, il sottomettere gli altri ai nostri istinti e ai nostri desideri. Essa è presente ogni volta che desideriamo possedere qualcosa o qualcuno per noi stessi.
LA STUPIDITÀ – È sintesi degli altri veleni ed è espressa molto bene da Gesù: “Hanno orecchi e non odono, occhi e non vedono: perché il cuore di questo popolo si è indurito”(Mt 13, 13-15). Essere stupidi significa essere incapaci di stare in ascolto della realtà e di interpretarla. Siamo stupidi quando ci sentiamo troppo sicuri delle nostre idee e ci innervosiamo facilmente nel dialogo con gli altri, quando ragioniamo a senso unico, senza elasticità e rimaniamo immobili nei nostri pregiudizi.
Andiamo avanti. Riflettiamo sull’atteggiamento di Ruben e Giuda.
Cosa vi fa venire in mente Ruben?
Forse la coscienza, che ci rimorde e ci perseguita quando ci accorgiamo che stiamo scendendo a patti con il male; i nostri tentativi di dare una mano al debole senza comprometterci troppo; la nostra diplomazia in azione, per non perdere la faccia e sentirci a posto con la coscienza.
Come dire:
- dire sì a Dio facendolo entrare non dalla porta principale della nostra vita, ma dalla porta di servizio per tenerlo poi nello sgabuzzino di casa;
- essere cristiani, ma solo per noi stessi;
- essere cristiani, ma nasconderlo agli amici;
- essere cristiani, ma solo a Natale e a Pasqua!
E Giuda?
Giuda lo troviamo nel cuore di ogni usuraio e persino tra i nostri progetti tutte le volte che per fare un favore pretendiamo un utile, oppure quando facciamo regali ai potenti per ottenere un posto di lavoro, vincere un concorso. Di mezzo ci sono sempre quei venti sicli d’argento”, guadagni disonesti, e sempre a discapito dei deboli e degli onesti. O contro uno Stato che non c’è. E che non c’è perché anche tu, agendo illegalmente, ne alimenti l’assenza. E non importa se lo fai per la famiglia: la disoccupazione non ti dà la licenza d’uccidere! E si può uccidere in molti modi…
Ma Ruben e Giuda sono anche il ‘miracolo’ del fratello ritrovato, che torna sui suoi passi perché ha riscoperto la sua dignità. Ed è disposto a difenderla con la vita (entrambi infatti preferiranno perdere la loro o quella dei loro figli pur di non ricadere nello stesso errore).
E nella storia di tutti, Giuseppe compreso, c’è l’infinita pazienza e provvidenza di Dio. Nelle Sue mani il male non sparisce, né Lui fa finta di non vederlo. Cosa succede allora? Dio redime e converte il veleno del male in forza positiva, impegnandosi a trasformare le nostre esperienze di male e di peccato in occasioni di bene. Sì, perché Dio non si ferma dinanzi alla nostra cattiveria. Il suo progetto non cambia. Potrà passare attraverso vie più contorte a causa dei nostri no, ma alla fine il bene trionfa sempre, perché il bene è infinitamente più grande del male.
Ricordate cosa dice Giuseppe ai fratelli ritrovati: “Se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene…”.
La vita dunque non è destino cieco, ma progetto d’amore.
Un progetto che ti è stato affidato e su cui Dio continuamente vigila[4].

4. – È vero che…
· La tua vita è destino o progetto? “Qui sta il nodo dell’esistenza. Se è destino, ogni cosa è frammentata, subita, la finestra è sempre chiusa, il futuro mi schiaccia come un macigno. Se al contrario la vita è vocazione, allora tutto avrà un senso, perché sarà come un incastro progressivo, dove ogni tessera del mosaico ritrova la sua collocazione. Dio mi chiama a fare della mia vita solo e soltanto una vocazione.[5]
· Come senti l’agire di Dio su di te: s’impone, fa “preferenze”, giudica, abbandona,…oppure ti propone, ti ama lasciandoti libero di amarlo o di respingerlo, …ti è vicino?
· Guarda ai sentimenti che hanno travolto il cuore dei fratelli di Giuseppe, e che talvolta dominano anche te: antipatia, invidia, gelosia, odio, tristezza… E chiediti: quali sono i motivi che scatenano in me certe reazioni? Che cosa desidero, in fondo? Che cosa cerco?
· Rifletti sui cinque veleni e fai una verifica.
· Qual è la via per diventare “fratelli” e “figli” dell’unico Padre? Credi nella forza del perdono o nell’impeto della vendetta?

5. Impegni da prendere
In definitiva, la storia di Giuseppe fissa tre paletti sul nostro cammino. E ad ogni paletto corrisponde un impegno per la vita:
1. Fratelli non si nasce ma si diventa. Ogni vita fraterna si costruisce attraverso la grazia e il peccato.
2. Il fratello vero è colui che prende su di sé la propria sofferenza e quella degli altri, con dignità e cuore puro.
3. Siamo figli di un unico Padre e, quindi, fratelli.

6. – Preghiamo insieme
Salmo 139 (138)
Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
la mia parola non è ancora sulla lingua
e tu, Signore, già la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
Stupenda per me la tua saggezza,
troppo alta, e io non la comprendo.
Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.
Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.
Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio;
se li conto sono più della sabbia,
se li credo finiti, con te sono ancora.
Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,
provami e conosci i miei pensieri:
vedi se percorro una via di menzogna
e guidami sulla via della vita.
[1] “Eccomi”: una parola-chiave nella Bibbia, che rimbalza continuamente, innanzi tutto come disponibilità di Dio verso l’uomo (cfr. ad esempio Gen 17, 1) e, di seguito, come risposta dell’uomo a Dio che chiama; un sì disponibile al suo progetto, pronunciato con cuore libero e aperto al dono totale di sé (cfr. Gen 22, 1ss).
C’è un “Eccomi” che ha addirittura cambiato la storia: è la risposta di Maria all’annuncio-proposta dell’Angelo che le prospettava una maternità eccezionale per opera dello Spirito Santo: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me come tu hai detto” (Lc 1, 38).
[2] Se avete già letto per intero i capitoli della Genesi che riguardano tutta la vicenda di Giuseppe, avrete certamente notato che Giacobbe ebbe sì 12 figli, ma da mogli diverse. In breve: la donna che gli conquistò il cuore fu Rachele, “bella di forme e avvenente d’aspetto”, ma era sterile. Lia, sua sorella, dagli “occhi smorti”, che riuscì a farsi sposare con l’inganno, gli partorì invece, uno dopo l’altro, ben quattro figli (Ruben, Simeone, Levi e Giuda). Ingelosita, Rachele offrì allora a Giacobbe la sua schiava, Bila, che gli mise al mondo due bimbi: Dan e Neftali. Lia, di rimando, gli offrì la schiava Zilpa, che partorì a Giacobbe altre due creature: Gad e Aser. E siamo a otto. Poi Lia tornò alla carica e donò al marito altri due figli: Issacar, Zabulon (e infine una bella bimba, Dina). A questo punto, Dio “si ricordò anche di Rachele” e la rese feconda. Nacquero così Giuseppe e Beniamino, “il figlio del dolore”, perché Rachele morì nel darlo alla luce.
Quindi Beniamino non era soltanto il più piccolo dei fratelli. C’era un legame specialissimo tra lui e Giuseppe: erano figli della stessa madre, la donna amata da Giacobbe. Mettere a repentaglio la vita di Beniamino significava verificare il cuore dei fratelli. Come si sarebbero comportati stavolta? C’era ancora gelosia e chiusura nel loro cuore? Oppure erano cambiati?
[3] Cfr. A. GENTILI – A. SCHNÖLLER, Dio nel silenzio. La meditazione nella vita, Milano 19917, pp.99-120.
[4] Per una riflessione più estesa sulla vicenda di Giuseppe, cfr. il sussidio per i Centri Familiari d’Ascolto preparato dalla Diocesi per il periodo di Quaresima e Pasqua 1999 (DIOCESI DI LOCRI-GERACE, La tunica dalle lunghe maniche, Locri 1999).
[5] G. BREGANTINI, Il lievito e il pane, op. cit., p.47.


Schede
Ecco i titoli delle schede che compongono il sussidio di Mons. Bregantini.

  1. Il giardino da custodire (Gen 2,1-20)
  2. Dalla gelosia che uccide al perdono che salva (Gen. 37-45)
  3. Spigolare con tenacia e dignità (Rut)
  4. Contro la prepotenza, parole di fuoco (1 Re 21)
  5. Il fascino di una bottega artigiana (Mc 6, 3 e Lc 2, 51-52)
  6. Maria alla fontana... (Lc 1, 26-38)
  7. Camminare a testa alta, liberi dal male ( Lc 13, 10-17)
  8. Pane spezzato, lavoro per tutti (Mc 6, 30-44)
  9. Ho lavorato con queste mie mani (At 20-34)
  10. Il tuo sogno si realizza (Ap. 21, 1-8)


Sussidi dei giovani lavoratori
Le mani del giovane
Il cuore di Cristo

  • Presentazione
  • Prefazione
  • Introduzione: "C'era una volta una chiave d'oro..."
  • Schede 1-10
  • Lavoro Salvaguardia del creato Giustizia e Pace Sport e tempo libero Dottrina sociale Progetto Policoro Contattaci - Email

    2002-2007 © UFFICIO PASTORALE PER I PROBLEMI SOCIALI ED IL LAVORO DI COSENZA