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Coordinatore
Sig. Sergio Principe
Schede Il giardino da custodire (Genesi 2,1-20)
1. - Il fatto
Su Internet trovi di tutto. E questo si sa. Ci sono siti però che invece di lanciare provocazioni positive, vendono lamenti. E allora ti sembra di assistere alle solite scene: una piazzetta, un bar, un grappolo di giovani, un chiacchiericcio confuso…e qualcuno che ne spara una di troppo sul lavoro e i politici.
Ecco cosa ho trovato in un sito: “Hanno un bel dire i nostri politici che bisogna avere più fantasia, che bisogna inventarsi il lavoro, ma come si fa ad inventarsi un lavoro? E poi perché dovremmo inventarlo quando invece dovrebbero essere loro a creare i presupposti perché questo ci sia? Se è vero che dobbiamo inventare, cominciamo con l’inventare una classe dirigente che ci sappia governare nel miglior modo possibile”.
Ma come si fa ancora a pensare di poter stare ad “aspettare il posto”, …e nel frattempo stare senza far niente?
Abbiamo o no talenti, energie, intuito…? E se li abbiamo, perché tenerli nel cassetto? Abbiamo forse paura di rischiare? O la pretesa di vedere subito i frutti, …e senza tanta fatica? Cos’è che ci tiene attaccati alla gonna del lamento come quando eravamo bambini e ci nascondevamo dietro la mamma per non salutare un estraneo? Cos’è che c’impedisce di ‘osare’ nuovi progetti di lavoro e nuove forme di occupazione?
Eppure è questo il sogno di Dio sull’uomo.
Ricordate cosa sta scritto nella Bibbia a proposito dei progetti che Dio ha sull’uomo quando, all’inizio della creazione, lo pone nel giardino di Eden? “Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2, 15).
Ecco il nocciolo della questione: COLTIVARE E CUSTODIRE.
2. - Il testo
Leggiamo ora tutto il secondo capitolo della Genesi, proprio per capire ed amare un po’ di più questo sogno di Dio sull’uomo. E soprattutto per trovare motivazioni forti che ci diano il coraggio necessario per tentare strade nuove nella vita di relazione, nel lavoro, nel volontariato.
Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.
Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata - perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -; allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c’è l’oro e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’ònice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate.
Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”.
Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:
“Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta”.
Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.
(Gen 2, 1-25)
3. – La spiegazione
Questo brano è stato scritto all’epoca di Davide e di Salomone. Pensate: quasi mille anni prima della venuta di Cristo. È un testo antichissimo, letto e meditato da generazioni di giovani alla ricerca di risposte decisive sul senso della vita nel giardino del mondo. E anche a noi, che stiamo varcando le soglie del terzo millennio cristiano, questo brano apre la mente e il cuore a nuovi orizzonti, nuove prospettive.
Ma cerchiamo di andare un po’ più a fondo.
L’autore sacro è tutto orientato su Dio Creatore, onnipotente e ineffabile.
Adamo rappresenta l’umanità, quindi anche me e te che ora, mentre riflettiamo sul testo, non facciamo altro che ripensare alla nostra storia vista dalla parte di Dio.
E questo uomo, Adamo, fatto ad “immagine e somiglianza” di Dio (cfr. Gen 1, 26), è visto nella sua relazione e dipendenza dal Creatore. Non solo: egli è il principe delle creature della terra, è quella ‘persona di fiducia’ sulla quale Dio vuol contare per completare il suo disegno.
Ecco che il sogno di Dio sull’uomo inizia a prendere forma: Dio vuole che il cielo e la terra delle origini divengano cieli nuovi e terra nuova anche per mezzo del lavoro di Adamo che, poco per volta, nel corso dei millenni, cercherà di assumere lo stile dell’Uomo Nuovo, Gesù.
Prendiamo ora in considerazione alcune frasi-guida:
“Il Signore fece la terra” (v. 4b).
La terra è dunque di Dio. Il nostro Dio è un Dio che lavora, che opera con gioia, che crea vita e bellezza.
“Nessun cespuglio era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo” (v. 5).
Dio, che ha creato cielo e terra, ora plasma l’uomo perché collabori con lui e la terra produca frutti. Non solo: il testo ci dice che può esserci produttività solo se cooperano in armonia le mani dell’uomo (il lavoro) e la grazia di Dio (la pioggia).
Come dire: riesci solo se maturi nella consapevolezza di poter contare su due capitali: quello umano, che sei tu con la tua intelligenza e le tue capacità, e quello divino, che è il Signore con le risorse inesauribili della sua onnipotenza. Ma se tu ti fidi poco, troppo o solo di te stesso, è chiaro che qualunque politica per l’occupazione ti troverà sempre impreparato e inadeguato.
“Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse” (v. 15).
Ecco, quello che abbiamo appena detto appare ora ancor più evidente: Dio ha davvero stima dell’uomo e della sua laboriosità. E lo considera così capace di amministrare i suoi beni, che gli lascia spazio perché sia lui ad agire con libertà sulla creazione. Con quella libertà che è il sigillo della sua dignità di figlio. Una libertà che richiama la gioia delle passeggiate in tandem con un amico che pedala in sintonia con le tue gambe.
Quindi: terra di Dio e dell’uomo.
Di un Dio che cerca collaboratori e non servi.
A noi l’audacia di accogliere questa provocazione positiva applicando l’agire di Dio nel nostro lavoro: fare spazio agli altri per trovare insieme lo spazio per ciascuno, e non farsi spazio a gomitate; lasciare emergere anche il lavoro degli altri, senza per questo lasciare difettoso il nostro.
Solo così il lavoro ci fa sentire davvero realizzati, al di là del profitto.
“Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “…dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (v. 17).
Sembra che Dio si stia rimangiando tutto: doni, incarichi e fiducia. Prima ci fa dono della libertà, ed ora comanda. In primo momento ci dice di coltivare e custodire il giardino, ed ora comincia a mettere i paletti. E la fiducia, le promesse, i progetti…? Tutto in discussione? Niente affatto. E la chiave di tutto sta in quel “certamente moriresti”, cioè nel desiderio che domina il cuore di Dio: che viviamo nella “libertà di scegliere e con la capacità di amare”[1].
Un esempio, per intenderci.
Se tu comperi un bulbo di tulipano e lo prepari per la prossima primavera, non sei tu a metterci il colore né ve lo mette il commerciante che te lo ha venduto. Ma il suo colore è già dentro il bulbo. La natura lo ha “pensato in quel modo”. Tu hai solo la gioia di vederlo spuntare, crescere e fiorire secondo la sua vocazione, nel suo colore innato. Certo, è affidato alle tue abili mani e lo dovrai mettere sul balcone, con il sole e l’acqua in modo giusto. Il miracolo lo farà lui. Tu sei solo servitore di quella “vocazione”, di tale dignità[2].
Come il tulipano, ogni uomo. E tu, come ogni uomo, sai di crescere a partire da un progetto di vita. Che è tuo fino in fondo nella misura in cui lo accogli così come è dalle mani di Dio, senza stravolgerlo né decidere per conto tuo.
In fondo, in gioco c’è sempre un dono. E non puoi stringerlo a te per possederlo (“non devi mangiare”), altrimenti ti sfugge dalle mani. Puoi offrirlo per condividerlo. Solo così lo trasformi in prospettiva di grande speranza. Perché un’opportunità è sempre una porta che si apre per far entrare chiunque lo desideri, e non solo te che stai sulla soglia perché sei arrivato per primo.
“Non è bene che l’uomo sia solo” (v. 18).
È Dio-Trinità che pronuncia questa parola, “Padre Figlio e Spirito Santo: Donazione, Accoglienza, Dono”. Non è bene, dunque, essere soli: “creati a immagine di Dio, ci realizziamo solo nella reciprocità dell’amore, donando e accogliendo, facendo unità”[3].
Anche nel lavoro. Nel lavoro infatti, più menti e più braccia, unite in un unico sforzo, producono meno fatica e maggiore risultato, mentre creano rapporti di gioiosa fraternità.
Nel gruppo di lavoro ognuno utilizza i propri doni. C’è chi pensa e organizza, e c’è chi esegue. Ma tutti sono utili, nessuno vale più o meno degli altri, e tutti collaborano, perché il frutto delle loro mani sia benedizione, vita e gioia comune (cfr. 1Cor 12, 14-27).
Certo, bisogna educarsi a questa mentalità di speranza, pazienza, attesa.
E bisogna, al contempo, essere realisti: il lavoro di gruppo ci lima perché siamo costretti a stare al passo degli altri, a metterci in discussione, ad accettare i limiti comportamentali del collega con il quale stiamo gomito a gomito. E poi le riunioni, il dover rendere conto, sottoporre, dividere equamente (!) gli utili, mantenere i ritmi, rispettare le scadenze… Difficile a farsi? Forse. Ma, al di là del lavoro, non è questa, in fondo, la palestra stessa della vita?
Quanto è importante dunque:
- non lasciarsi bloccare dalle incapacità e negatività proprie e degli altri o della carenza di risorse.
- non permettere che prevalga il pregiudizio e si consolidi in giudizio di condanna.
- creare piuttosto intorno a noi un clima di stima e di fiducia
- trasformare in positivo le negatività facendo leva sull’aiuto fraterno, lo scambio solidale e l’amore reciproco.
L’amore crea perché l’amore è Dio (cfr. 1Cor 13, 4-7).
“Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro…” (Gen 2, 3).
Come Dio, anche noi siamo chiamati a riposare dal lavoro.
Se non ci fosse il ritmo lavoro-riposo, ci sarebbe il rischio di divenire, come spesso succede, degli stacanovisti, schiavi del lavoro. E Dio invece ci vuole liberi. Liberi, durante il riposo domenicale, di ritrovare la nobile dimensione della meditazione, del rapporto, dello “stare con ”.
L’anno giubilare appena inaugurato sia per noi invito a questo tipo di riposo.
4. – È vero che…
Confrontiamoci con la Parola di Dio che abbiamo meditato insieme.
· Siamo immersi nel creato, ci viviamo, lo utilizziamo. Sei mai risalito con la mente e il cuore dal dono al Donatore? Il Dio nascosto tu lo ricerchi? Gli rendi grazie per il suo dono?
· Siamo chiamati ad essere buoni amministratori del giardino di Dio. Cosa vuol dire per te coltivare e custodire ciò che Dio ti ha messo tra le mani? Credi veramente che il lavoro realizza l’uomo perché gli dà la possibilità di tirar fuori i doni ricevuti?
· Oggi il lavoro in équipe è una realtà ormai affermata. Qual è la tua capacità di collaborare? Hai mai sperimentato che la diversità non divide ma crea ricchezza comune?
· Il tempo in cui viviamo presenta dei lati negativi, ma è anche portatore di notevoli conquiste sul piano umano e sociale. Hai mai notato che un’attività (anche non retribuita) che genera accoglienza, calore umano e benessere (vedi volontariato o recupero in stima del lavoro domestico, ecc.), produce crescita in umanità ed è autentico lavoro?
5. – Impegni da prendere
1. Conoscere il giardino.
È necessario, prima di iniziare ogni attività, che tu studi il territorio per scegliere tra le varie opportunità quelle più adeguate alle tue tendenze, capacità, abilità.
2. Rivalutare le proprie radici.
Oggi siamo abbagliati da nuove forme di lavoro che si rivelano spesso miraggi e che promettono notorietà, successo, carriere facili, e facili guadagni.
Potrebbe essere bello invece riscoprire il valore dei lavori semplici e dignitosi (l’artigianato locale, ad esempio, che nasconde segreti antichissimi di perizia artistica, ricercata…e ben pagata!) che, mentre ti offrono un guadagno apprezzabile, contribuiscono a migliorare la qualità della vita.
3. Non avere paura del “nuovo”.
Molti oggi sono affascinati dal “nuovo”, molti invece ne sono impauriti, soprattutto per l’ambivalenza delle tecnologie che, mentre possono produrre bene, se mal usate, generano anche morte.
Accettare il “nuovo” però è importante e richiede preparazione, discernimento e vivo senso di responsabilità.
4. Saper lavorare assieme.
La società attuale, altamente specializzata, richiede spesso per un unico progetto una pluralità di competenze. Impegnati pertanto a curare la tua preparazione e ad accogliere quella degli altri riconoscendone l’utilità e la necessità.
5. …nel rispetto della legge divina e delle leggi umane.
Sei una creatura a cui Dio ha dato grande dignità. Qualunque sia il tuo lavoro, il tuo manager sia sempre Dio, che ti ha posto nel “giardino” perché lo coltivi, lo irrighi, lo custodisca …a protezione della vita!
6. – Preghiamo insieme
Salmo 119
Come potrà un giovane tenere pura la sua via?
Custodendo le tue parole.
Con tutto il cuore ti cerco:
non farmi deviare dai tuoi precetti.
Conservo nel cuore le tue parole
per non offenderti con il peccato.
Benedetto sei tu, Signore;
mostrami il tuo volere.
Con le mie labbra ho enumerato
tutti i giudizi della tua bocca.
Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia
più che in ogni altro bene.
Voglio meditare i tuoi comandamenti,
considerare le tue vie.
Nella tua volontà è la mia gioia;
mai dimenticherò la tua parola.
[1] G. BREGANTINI, Il lievito e il pane. Lettera pastorale per l’Anno del Padre, Locri 1998, p.39.
[2] G. BREGANTINI, Il vento e la vela. Lettera pastorale per l’Anno dello Spirito Santo, Locri 1997, p.10.
[3] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Catechismo degli adulti, La verità vi farà liberi, n. 350.
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Schede Ecco i titoli delle schede che compongono il sussidio di Mons. Bregantini.
- Il giardino da custodire (Gen 2,1-20)
- Dalla gelosia che uccide al perdono che salva (Gen. 37-45)
- Spigolare con tenacia e dignità (Rut)
- Contro la prepotenza, parole di fuoco (1 Re 21)
- Il fascino di una bottega artigiana (Mc 6, 3 e Lc 2, 51-52)
- Maria alla fontana... (Lc 1, 26-38)
- Camminare a testa alta, liberi dal male ( Lc 13, 10-17)
- Pane spezzato, lavoro per tutti (Mc 6, 30-44)
- Ho lavorato con queste mie mani (At 20-34)
- Il tuo sogno si realizza (Ap. 21, 1-8)
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Sussidi dei giovani lavoratori
Le mani del giovane Il cuore di Cristo
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