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Coordinatore
Sig. Sergio Principe
IL PROGETTO POLICORO
Scambio di doni tra le Chiese
Per rimotivare teologicamente e pastoralmente la
reciprocità quale espressione della cooperazione fra le chiese.
Un'immagine introduttiva si può cogliere nello "scambio di doni"
descritto da san Paolo nella chiesa primitiva. Scrive: "Per il momento vado
a Gerusalemme, a rendere un servizio a quella comunità; la Macedonia e l'Acaia
infatti hanno voluto fare una colletta a favore dei poveri che sono nella
comunità di Gerusalemme. L'hanno voluto perché sono ad essi debitori: infatti,
avendo i pagani partecipato ai loro beni spirituali, sono in debito di rendere
un servizio sacro nelle loro necessità materiali. Fatto questo e presentato
ufficialmente ad essi questo frutto, andrò in Spagna passando da voi. E so che,
giungendo presso di voi, verrò con la pienezza della benedizione di Cristo. Vi
esorto perciò, fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e l'amore dello
Spirito, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio, perché io
sia liberato dagli infedeli della Giudea e il mio servizio a Gerusalemme torni
gradito a quella comunità, sicché io possa venire da voi nella gioia, se così
vuole Dio, e riposarmi in mezzo a voi. Il Dio della pace sia con tutti voi.
Amen". (Rm 15,25-32).
Ci pare un significativo punto di riferimento per fondare quella comunione nella
reciprocità che si attua appunto nello scambio di doni: dalla povertà della
ricchezza si dona alla ricchezza della povertà. Potrebbe essere anche questo un
modo per leggere in profondità quanto sta avvenendo con la scommessa unitaria
del Progetto Policoro.
L'espressione "scambio di doni" è una delle più ricorrenti in questa
stagione ecclesiale ed è apparsa frequentemente nei sinodi continentali.
Nell'orizzonte ecclesiologo di una chiesa communio ecclesiarum, questo scambio
è uno "dei processi di recezione, sempre in atto in una chiesa, che è per
sua natura una comunità di recezione". Ma di fatto questo processo può
essere più o meno vitale: pensiamo che lo scambio tra le chiese del Nord e quelle del Sud d'Italia non abbia ancora raggiunto una sufficiente intensità. A
ben guardare non bastano le dichiarazioni ed esortazioni sempre più frequenti.
Ci è stato chiesto un intervento che motivi "I rapporti di reciprocità"
in questa breve relazione introduttiva. Certamente i rapporti di reciprocità
vanno continuati e reimpostati. Al riguardo, proseguendo l'itinerario del
Progetto Policoro, non abbiamo bisogno solo di trovare attività concrete, ma
soprattutto di ridefinirne la portata pastorale e le conseguenze che ne derivano
per le tre pastorali e per il progetto intero.
Esperienze effettive di scambio fra le chiese sono ancora deboli. Le chiese del
Nord Italia sono abituate a "donare" dalla propria ricchezza, ma le
chiese potrebbero "ricevere" dalle altre ciò che all'interno del
proprio travaglio di fede non riescono ancora a trovare. In quest'ottica occorre
avanzare con il lavoro in sinergia sperimentato fra i tre ambiti CEI, che sta già
portando a significativi passi in avanti: nella reciprocità e a servizio della
speranza, oltre i tanti mali e le lamentazioni. Speranza, ma anche stanchezza e
sfiducia, si potrebbe aggiungere, due tra i più frequenti atteggiamenti che
percorrono la chiesa italiana. Policoro è stato un piccolo segno accesosi
subito dopo Palermo; e ciò che ancora resta dopo quell'assise? Sta a noi far sì
che la speranza venga rinvigorita e la sfiducia o stanchezza siano smentite.
Indubbiamente oggi la chiesa e la società civile (vedasi l'eclissi della
settimana sociale di Napoli) sono in grande travaglio. La domanda ricorrente è:
verso dove?
In molti sono convinti che tale disagio si acuirà maggiormente finiti gli
"ultimi sgoccioli del giubileo". Tuttavia è opportuno che ci si
domandi anche da dove?
Infatti la ricerca di nuovi cammini passa anche attraverso una riflessione su
quanto si è fatto o sulle occasioni perse o non sapute cogliere (cf. il dopo
convegno di Roma, 1976 ecc.). La società civile tende a stemperare i contenuti
della tradizione o ad accettarli solo se non contraddicono le sue prospettive.
In tale contesto spesso la chiesa stessa mette in "archivio" questi
contenuti e talvolta rischia pure di tradirli.
Di estrema attualità e ancora non risolta permane la diagnosi presente in
Redemptoris missio (n. 33, del 7 dicembre 1990), un aspetto che ci riguarda da
vicino è quello proprio dei "paesi di antica cristianità, dove interi
gruppi di battezzati hanno perduto il senso vivo della fede, o addirittura non
si riconoscono più membri della chiesa, conducendo un'esistenza lontana da
Cristo e dal suo vangelo. In questo caso c'è bisogno di una "nuova
evangelizzazione" o "rievangelizzazione" (33)". È questa la
situazione nella quale ci riconosciamo un po' tutti. Non viviamo in un mondo
totalmente secolarizzato (come accade invece in altri paesi d'Europa.... Olanda:
vedi questione eutanasia ecc...). Tra le nostre chiese convivono piuttosto
ambienti vitali diversi, sperimentiamo la fatica di mettere insieme lo sforzo
pastorale per i cosiddetti vicini con l'attenzione e l'impegno per "i
lontani". È dunque difficile parlare anche ai giovani come di un'unica
categoria, la nostra, dunque, non potrà più essere una pastorale di massa, di
grandi iniziative offerte a tutti; è una pastorale che esige un forte presenza
di laici capaci di conoscere e radicarsi nei diversi ambienti.
Policoro trova qui la sua genesi. Dopo l'assise della Chiesa a Palermo, che
aveva l'obiettivo di riflettere e interrogarsi per aiutare i credenti che vivono
nel Paese a portare un contributo al rinnovamento della società in Italia.
Policoro è il tentativo di sperimentare insieme e con umiltà, strade nuove e
soluzioni inedite.
Evangelizzare ancora
La missione è un problema di fede, è
l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi". Perché
giocarsi sulla missionarietà? Perché "in Cristo siamo liberati da ogni
alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte.
"Cristo è veramente la nostra pace" (Ef 2,14) e "l'amore di
Cristo ci spinge" (2Cor 5,14) dando senso e gioia alla nostra vita"
(RM, n.11). Ecco qui la radice di tutto. Tutto ciò che possiamo dire sulla
reciprocità, evangelizzazione (con un termine più secolare e comprensivo:
comunicazione), ha senso solo se nasce dalla gioia della fede. Perciò, dove non
c'è comunicazione (apertura), dove non c'è missionarietà, non c'è la gioia
della fede, manca o è scarsa la coscienza della fede.
In gioco è l'evangelizzazione: At 3,1-10.
Dunque una prima domanda: che cosa della tradizione abbiamo messo in deposito e
che cosa ci potrebbe aiutare oggi? Reciprocità richiama cooperazione:
La cooperazione in vista dell'evangelizzazione impegna tutti i cristiani. La
cooperazione fa sì che si realizzi in spirito di comunione ecclesiale il
raggiungimento di questo fine con efficacia. Cooperare in questa avventura con
tutta la chiesa che vive in Italia, chiamata a impegnarsi in questo mandato.
Cooperare esprime la partecipazione delle comunità ecclesiali alla
realizzazione di un progetto. Dunque cooperazione quale frutto "di
questa intesa" che apre le chiese alla responsabilità di formare la
"comune - unione". La cooperazione, attuata in spirito di comunione,
diviene partecipazione alla stessa comunione del Padre (Trinità), crea un
rapporto di unità interiore e di comunicazione fra le chiese particolari, tra
tutti i cristiani delle singole chiese.
La cooperazione fra le chiese diventerà un segno di evangelizzazione nel paese.
Esiste un rapporto di unità interiore e di comunicazione fra le chiese
particolari, tra ognuna di esse e la chiesa italiana e tra i membri del popolo
di Dio. Questa comunione se vissuta in una prospettiva di reciprocità concreta,
realizza così un inter-scambio di carità ecclesiale e di dinamismo
missionario. Diviene una qualità essenziale nel coinvolgere e raggiungere
l'uomo concreto nel suo contesto vitale.
Dunque, anche oggi si deve poter dire delle comunità cristiane, impegnate nel
proprio territorio, che agiscono con "un cuor solo e un'anima sola"
(At 4,32).
Lo scambio intra-ecclesiale è un cammino di maturazione che porta a
"cooperare alla missione" potrebbe essere una pista su cui ripartire
dopo l'evento giubileo?
Si tratta di incoraggiare questo scambio ecclesiale, frutto concreto di quella
comunione universale che Cristo garantisce alla chiesa con la sua missione
operante.
Dalla comunione-mistero all'effettivo "scambio dei doni"
Anche la chiesa italiana deve interrogarsi con decisione sul posto dei poveri, i
propri e quelli del mondo, nella sua nuova evangelizzazione; sembra esserci una
certa resistenza ecclesiale a considerare anche la nuova evangelizzazione come
"evangelizzazione dei poveri"; il giovane disoccupato, chi non trova
lavoro, dove li collochiamo nella "ecclesia"? Che tipo di relazioni
potenziare?
Si debbono incoraggiare azioni forti e sul piano della promozione umana, o si
deve privilegiare lo stile della presenza "nazarena" nella debolezza e
nell'efficacia evangelica dei mezzi poveri? È quanto già avevano intuito i
vescovi italiani nel noto documento: La Chiesa italiana e le prospettive del
paese.
Potenziare le relazioni con caratteristiche creative e dinamiche. Un mutuo
scambio di esperienze e di iniziative, sarà di vantaggio all'opera di
evangelizzazione della intera chiesa italiana. Uno stile che rafforza i vincoli,
non solo tra varie chiese, ma anche all'interno della stessa comunità
ecclesiale locale.
Reciprocità come scambio di doni tra le chiese:
È necessario che maturi in tutti la coscienza che si coopera
all'evangelizzazione non solo nel dare, ma anche nel saper ricevere.
Tutte le chiese particolari sono chiamate a dare e a ricevere per una missione
comune e nessuna deve chiudersi in se stessa evitando forme diversificate di
particolarismo, esclusivismo o comunque sentimenti di autosufficienza.
I gemellaggi per la cooperazione sono uno strumento e una forma di
collaborazione diretta tra le chiese, hanno una loro validità del tutto
particolare. Infatti la cooperazione tra le chiese rende concreto e fattibile lo
scambio di doni. Dare e ricevere per non chiudersi in se stesse. Lo scambio
intra-eclesiale quale frutto concreto di quella comunione universale che Cristo
garantisce alla chiesa con la sua presenza. Ma tutto questo orientato in vista
di una comunità umana più interdipendente e solidale (cf. SrS).
La reciprocità aiuta a non trascurare:
un'attenzione al contesto ecclesiale;
- allo stile di vita, alle tradizioni della singola realtà
- al dialogo con le autorità diocesane
- a una sinergia pastorale che si esprime in chiese che si riscoprono
"sorelle"
- … e si aprono alle gioie, speranze, difficoltà e problemi della gente (GS
1)
- … del Nord come del Sud del Paese.
La sfida che ci sta di fronte è soprattutto:
- riconoscere, scoprire, seminare speranza
- ancorarla a progetti concreti di comunione effettiva, non solo declamata
- sostenere chi vive una povertà perché anche da essa provenga un dono a chi
apparentemente ha di più.
Il dopo Giubileo va visto prioritariamente come una capacità di rendere
permanente qualche segno esigente che si mette in atto insieme: dal Giubileo al
dopo-Giubileo… |
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