Integrazione di persona e società

E la ricerca del bene comune

 
 

 

 

 


Sintesi  della Lezione di don V.Filice- 9/03/09

 

 

1.- L’interdipendenza di persona e società

            La dottrina sociale della Chiesa offre, come sappiamo, strumenti per la comprensione della realtà umana e sociale. Essa poggia su due pilastri:

a) primato della persona e della sua dignità, b) perseguimento del bene comune.

 

1.1 Primato della persona oscurato dal primato dell’individuo

            Queste affermazioni, chiare e disseminate ripetutamente in tutto il magistero della Chiesa, fanno riferimento al fatto incontrovertibile che “La persona umana, costitutivamente, per sua connaturale inclinazione a comunicare con gli altri, è un essere intrinsecamente sociale[1]. Sicchè l’uomo non può bastare a se stesso per raggiungere il suo pieno sviluppo, ma ha bisogno degli altri e della società”. Nessun uomo è un’isola! (T. Merton), tantomeno è accettabile l’idea che “L’inferno sono gli altri” (Sartre). Ogni uomo, in quanto persona relazionata, è una “personalità corporativa”. Noi siamo gli altri!!

            E, tuttavia, questa sua “socialità” nativa non è disgiunta dal bisogno di indivualizzazione che spinge ogni persona a sentirsi, sì parte di un tutto, ma, anche, a sentirsi “individua”, cioè, un essere distinto da ogni altro della medesima specie con caratteristiche identitarie proprie, originali e uniche, irrepetibili. Di conseguenza si instaura facilmente una dialettica tra persona e società ogni qual volta si creano condizioni prevaricatrici dell’una sull’altra (es: liberismo e collettivismo). Identità, infatti, “significa uscire dal mazzo, significa essere diversi e in quanto tali unici; e, dunque, la ricerca dell’identità non può che dividere, separare”[2].

            Per poter avere un quadro completo di questa situazione dobbiamo ripercorrere il cammino culturale che l’uomo occidentale ha percorso in modo accelerato nella seconda parte del 2millennio.

 

a) La modernità distorta

L'Italia e l'Occidente, provengono da un lungo "sonno della ragione "questa volta adagiata non più sul letto della teocrazia medioevale, ma su quello, più infido e seduttivo, della modernità. Se prima l'agire politico era "suggerito" e guidato dal riferimento a Dio immaginato quale garante dello "ordine costituito"(società teocratica), sacralizzato, da Machiavelli in poi, sull'onda lunga del processo emancipatorio dell'uomo, l'agire politico, sganciato dal "principio fondativo" sacrale e antilibertario, si affida alla libera volontà di potenza del singolo. La politica, così, si è affermata come "arte", in mano al "principe" per conquistare e gestire il potere ad ogni costo, con ogni mezzo. La politica si afferma come "scienza" del potere in ubbidienza a regole ad essa stessa immanenti.

Il sistema teocratico, divinizzò le istituzioni politiche, ma non tutelò la persona umana fino in fondo, fino al rispetto della sua libertà, della sua coscienza, della sua dignità, della sua  autonomia.

La modernità, già dall'umanesimo, opera la svolta decisiva. Essa pone, al centro e/o al vertice, non più il Dio garante, ma l'IO, il soggetto umano. Dio non viene sempre negato ma perde il potere sacralizzante e pubblico. L'uomo si afferma come "faber fortunae suae", padrone di sé e del mondo attraverso la scienza e la tecnica. La ragione diviene la misura di tutte le cose, senz'altro referente che se stessa. Autonomia morale, libertà politica e di coscienza, conoscenza scientifica sono le categorie nuove e vincenti, principi regolativi della vita e dell'organizzazione degli Stati. Una bella svolta. Anch'essa non facile e non indolore.

Le espressioni più vistose, quasi altrettanti effetti collaterali, di questa "ragione malata" sono almeno tre:

a)      La cultura dell'autorealizzazione: L'ideale è: essere fedeli a stessi! Da qui nasce l'idea che le posizioni morali, siano neutre, non siano fondate sulla ragione, o sulla natura delle cose, ma solo sulla loro capacità attrattiva e seduttiva che possono esercitare su di noi. Questo "liberalismo" assoluto tende a realizzarsi "in opposizione" alla società, o ad un ordine morale oggettivo. La società stessa, infatti, è concepita funzionale al proprio immediato benessere, all'autoappagamento individuale[3].

b)      La cultura dell'appagamento radice e sostegno della corruzione politica Come si può notare l'attuale crollo delle evidenze etiche che trova i suoi esiti tragici nel dilagare della corruzione dei costumi e nelle "tangentopoli" diffuse, è conseguenza, e/o epilogo, del social change provocato dal succedersi corrosivo di questi tre scenari e dei relativi "sistemi di plausibilità": teocrazia, modernità, post-modernità!. Il disincanto teocratico, è stato radicale fino alla "morte di Dio" proclamata da Nietzsche ed ha portato ad "un reincanto" narcisistico-pragmatico i cui esiti sono il nichilismo valoriale e la perdita di senso (post-modernità) con tutta la corte di disagi e di patologie che l'accompagnano.[4]:

c)      La malattia, oggi diffusa per contagio, a dire di Noica è la "acatholìa"[5], la mancanza, cioè, dell'universale, del generale, dell'apertura all'altro, dunque alle regole, oggettive, universali e uguali per tutti. L'anomìa diffusa, nell'illegalità, nei comportamenti mafiosi, nei trasversalismi e nei ribaltoni politici, è la conseguenza di una razionalità distorta e asservita ai bisogni individualistici. Prevale l'etica della debolezza a carattere critico emancipativo. Fondamento della virtù è la volontà individuale[6].

 

      La cultura dell'appagamento, purtroppo, opera all'ombra e con la protezione della Democrazia che, ormai, è concepita e praticata come metodo, come procedura e basta! del tutto  "indifferente ai valori"[7]. Essa è fedele, solo, alle procedure! Una Democrazia "risibile" e incompiuta ridotta a puro metodo di coagulo del consenso sulla gestione del potere, da cui è esclusa la società civile. Dove la maggioranza detta le regole identificando il suo "bene" col "bene comune" e la sua volontà vincente con la "volontà generale", col valore e con la giustizia[8].

 

2.- Il perseguimento del “bene comune”: la razionalità critica radicata nell’ethos

 

2.1 Riabilitare la ragione

Intanto, si tratta di rimettere in piedi dalle sue cadute e catture riduttivistiche, asservite al sistema dell'appagamento individualistico, la Ragione. Nasce da qui l'urgenza di "ricentrare" la politica sull'etica. Quale? Certo non più un etica teocratica, o razionalistica, ma un etica razionale aperta, prima che ai bisogni, alla verità dell'uomo. Un'etica autonoma sì, ma non indipendente (autarchica!) e autosufficiente fino a costituirsi "fonte sorgiva” della norma, ma fondata e radicata sui valori forti, sul primato dello spirituale più che sulla morte dell'anima (W. Barret).

 

2.2  Oltre il liberismo e il collettivismo

Questo ritorno alla ragionevolezza comporta l’affermarsi della “razionalità riflessiva”[9] assieme al superamento culturale delle due letture storiche della vita sociale effetto della modernità:

a) Quella della concezione individualistica: è forse la più antica e più comune e legge la società nella prospettiva del singolo individuo. La società, allora, sarebbe una somma di individui dove ognuno si  percepisce  come un “fine” mentre gli altri  hanno la ragione di “mezzo”. Per cui l’eguaglianza, mai negata, è percepita come fatto solo teorico e di fatto l’individuo resta interessato solo alla sua “sopravvivenza” e all’appagamento dei suoi bisogni, dei suoi desideri, della sua autoaffermazione. Gli altri sono percepiti o come ostacoli da superare, o come strumenti da utilizzare e sfruttare. La società, in tal caso, è frutto degli egoismo dei singoli individui e la razionalità dell’egoismo (l’egoismo razionale!) diventa l’unico principio regolativo della stessa.

b) Quella della concezione collettivistica = siamo in una prospettiva opposta. Qui la società non è mezzo ma fine. “E’ il primum logico e assiologico rispetto al quale i singoli individui né esistenza, né dignità autonoma”[10]. In questo caso l’individuo è una parte della società come una cellula lo è dell’organismo. Esso non ha una esistenza propria, è parte-strumento nei confronti del tutto. La società si identifica con lo Stato ritenuto il “vero soggetto della storia”. Conseguenza: la dedizione incondizionata al “collettivo”e la promozione del bene collettivo di cui è parte è la vera virtù sociale. Gli interessi collettivi prevalgono su quelli individuali.

 

2.3 Una “terza via” è possibile?

            Oggi, dopo il fallimento clamoroso e tragico dei due sistemi opposti, il problema è questo: esiste una terza via percorribile?

            Marx, oggi dimenticato e snobbato anche dalla sinistra plurale, scriveva:” il libero sviluppo di ciascuno sarà condizione del libero sviluppo di tutti”. In pratica scrive A. Giddens, uno dei promotori della “terza via”, “Socialismo e comunismo assegnavano entrambi un ruolo decisivo allo Stato in quanto promotore sia di solidarietà sia di eguaglianza. Oggi, affiora, scrive, la consapevolezza che “la coesione sociale non  può essere garantita  dall’alto, dall’azione dello stato, o appellandosi alla tradizione”[11].

            La politica della “terza via”, quindi, va alla ricerca di un nuovo rapporto tra individuo e comunità che comporta una ridefinizione dei diritti e dei doveri in base a due principi: a) nessun diritto senza responsabilità deve essere  valido non solo per i bneficiari del Welfare, ma per chiunque; b) nessuna autorità senza democrazia.

 

2.4 Dare il primato al bene comune

            Non c’è,però, una terza via perché la via è unica, quella capace di integrare persona e società armonicamente e organicamente. I principi della rivoluzione “borghese” del 1789 erano: liberté, egalitè, fraternité. Sappiamo come è finita. Un rivoluzione vera comporta, invece, la ricerca del “bene comune” correttamente inteso. Come? Il concetto di bene comune “è proprio del pensiero politico cattolico e in particolare della scolastica ( da S. Tommaso a Maritaine) e, come si sa, è alla base della dottrina sociale della Chiesa basata sul solidarismo.

            Ascoltiamo Maritaine: “ Il bene comune non è soltanto un insieme di vantaggi e di utilità, ma rettitudine di vita, fine buono in sé (ciò che gli antichi chiamavano bonum honestum)…la somma delle utilità e dei servizi che l’organizzazione della vita comunitaria presuppone, come un sano regime fiscale, una forza militare..un complesso delle giuste leggi” [12].

            Gesù, però, va oltre. Il suo insegnamento “rivela meglio l’uomo a se stesso” e non sconfessa mai il fatto che, nella sua verità più profonda, l’umanità dell’uomo sia il vero fondamento oggettivo del bene comune. Il bene oggettivo non dipende né dall’arbitrio dell’uomo, né dall’arbitrio di Dio è iscritto nell’ordine creaturale[13] e “ la comunità politica esiste in funzione di esso perché in esso trova la base originaria del suo diritto all’esistenza”[14].

            Ora l’autorealizzazione dell’umanità dell’uomo non dipende dall’effettivo possesso dei beni “ontici”, particolari, ma dalla realizzazione del bene morale ( casa dell’umanità dell’uomo) come compito della libertà responsabile della persona. Questa vocazione etica dell’uomo si concretizza, come abbiamo già detto, nell’apertura agli altri , nella sua dimensione sociale di essere, cioè, relazionato ( esse ad).

            Concretamente cosa si può e si deve fare?

            a) Risanare l'Ethos sfilacciato: ritorni ad essere la casa comune dell'essere. Nella sua etimologia ethos, prima che indicativo del costume di un popolo, significa "tana " (eth), abitazione dell'animale. L'ethos è quell'insieme di valori, di credenze, di esperienze condivise e consolidate nella vita e la tradizione forte di un popolo. Questo patrimonio di "cultura" costituisce la "casa ideale"comune nella quale tutti risiedono e si riconoscono. Questo significa che il bene comune non è una realtà statica, ma storica.

          b)Il paese non crescerà, se non insieme. C’è bisogno di ritrovare il senso autentico dello Stato, della "casa comune", del progetto per il futuro. Perciò, occorre superare la frammentazione politica. L'attività politica è un’attività sociale. Congiunto all’interesse particolare, a cui l’uomo ha il diritto di provvedere, e, al vertice di esso, sta il bene comune, Questo bene non è la semplice somma dei beni degli individui, com’è considerato frequentemente dalla scienza economica, e non è neppure il complesso dei beni collettivi o pubblici, ma «si concreta nell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (MetM, AAS 53,1961, p 417; Cfr, anche, GS,74).

Considerazioni conclusive

a)      Il ricupero della dimensione etica a livello individuale e sociale, politico ed economico, è oggi una delle sfide più grandi. Si tratta oggi di andare con decisione controcorrente e di porre sui valori morali le premesse di una organica cultura di vita. Per questo motivo i singoli non possono sottrarsi al dovere di contribuire a colmare il difetto di cultura e di progettualità politica,  specialmente a riguardo della vita economica. In questa prospettiva si giustifica il nostro presente intervento.

b)      L’etica non si giustappone alla vita dell’uomo, ma è espressione della verità e garanzia dell’autenticità del suo essere, della sua responsabilità anche verso il creato. L’etica non è un semplice correttivo del mercato o una garanzia di affidabilità nelle relazioni interpersonali; agisce in profondità nelle coscienze e nei cuori, e quindi nelle valutazioni e nelle decisioni, aprendoli al dono, alla gratuità, all’amore attraverso la solidarietà.

c)       Bisogna ripartire dall'uomo: da una antropologia non riduttiva. La visione antropologica, comunica innanzitutto un nuovo orizzonte di senso, costruito su una comprensione dell’intera verità dell’uomo. I credenti ritengono che l’antropologia della creatura amata da Dio possa essere un solido fondamento per una rifondazione etica dell'agire politico.

d)       Bisogna rafforzare i legami comunitari indeboliti dalla centralità dell’individuo

            La comunità, nelle sue varie forme e manifestazioni culturali, ha sempre rappresentato il luogo in cui le persone potevano inscrivere il proprio progetto personale di vita all’interno di un progetto collettivo e, quindi, condividerlo attraverso i vincoli di solidarietà e altruismo che caratterizzano le comunità autentiche.      Tuttavia, nella "modernità liquida" in cui viviamo anche i legami affettivi sono fragili, mutevoli, sempre in discussione. “Oggi, in questa seconda modernità, si assiste all’attribuzione all’individuo di una centralità assoluta che gli assegna, in modo esclusivo, l’onere di tessere l’ordito della sua vita e la responsabilità totale del successo o del fallimento, che cade principalmente sulle sue spalle. Questo individualismo, che si nutre dell’illusione della assoluta libertà individuale, si manifesta all’interno di sistemi sociali che appaiono sempre più rigidi e immodificabili dall’azione dei singoli”[15]. La questione centrale in politica, quindi, non è  quella di chi deve comandare, ma del come il comando deve essere esercitato perché non degeneri in arbitrio e in prevaricazione(K.Popper).

            Solo la politica, riconciliata con la società civile, potrà invertire quella situazione di statualità debole che è all’origine di tanti disagi e tanti rancori e che oggi mette in crisi l’unità nazionale. Solo la politica ( come ricerca del bene comune), potrà integrare armonicamente persona e società, gli interessi dell’una con gli interessi dell’altra superando gli egoismi presenti nel Paese: facendo sintesi, insomma, in un disegno di unità, delle vitalità complessive e delle esigenze particolari.

e) Coniugare la priorità della persona, che resta il fine della società, con il bene comune. Un esempio calzante potrebbe essere quello di una orchestra dove ognuno suona la sua parte, ma nell’armonia dell’insieme. Lo spartito è diverso, personale, ma la musica è una. Lo Stato è il diretto d’orchestra: unifica, armonizza. J Maritaine ha scritto:“Il fine della società è il bene della comunità, il bene del corpo sociale…e non il bene d’una associazione di gangsters e di assassini”.[16]



[1] Giovanni XXIII, Mater et Magistra 1961; Orientamenti, 34

[2] Z. Bauman, Voglia di Comunità, Laterza 2004,p. 16s

[3] Cfr J. K. Galbraith, La cultura dell'appagamento, Rizzoli, Milano 1993, p. 14

[4] C. Taylor, Il disagio della modernità, Laterza, Bari 1994, pp.3-13.

[5] Cfr C. Noica, Sei malattie dello spirito contemporaneo, Il Mulino, Bologna 1993

[6] Cfr Alasdair McIntyre (danese), Dopo la virtù. saggio di teoria morale, Milano, Feltrinelli 1993

[7] H. Kelsen,  I fondamenti della democrazia, 1956  p, 185s

[8] Ibidem

[9] Cfr U. Beck, La società del rischio, Carocci 20043

[10] G. Gatti, Manuale di teologia morale, LDC 2003, p. 293; Cfr, anche, Z. Bauman, La società individualizzata…, op.cit., pp. 100-108

[11] Ibidem. p. 49

[12] J. Maritaine, La persona è il bene comune, Morcelliana, Brescia 1995, p.32s

[13] S. Tommaso, De veritate, 22,III

[14] Concilio Vaticano II, Cost. Gaudium et Spes, n.74

[15] Z. Bauman , Modernità liquida, Laterza, Bari 2002

[16] J. Maritaine, La persona…op.cit., p.31. 33